Erasmo da Rotterdam
Erasmo da Rotterdam, pseudonimo: Desiderius Erasmus Roterodamus
(Rotterdam, 1466/1469 – Basilea, 12 luglio 1536),
è stato un teologo, umanista e filosofo olandese.
Firmò i suoi scritti con lo pseudonimo di Desiderius Erasmus.
La sua opera più conosciuta è Elogio della follia.
È considerato il maggiore esponente del movimento dell'Umanesimo cristiano.

erasmo da rotterdam

Enchiridion militis christiani, edizione spagnola, 1528

 

 


 

 Indice
 

 

- Biografia
-La giovinezza di Erasmo
- Gli Antibarbari
-Erasmo a Parigi
-Gli Adagia
- L'Enchiridion
- Il viaggio in Italia
- In Inghilterra: l'Elogio della Follia
-A Lovanio e a Basilea
-Erasmo e la riforma luterana
- Gli ultimi anni e la morte
- La dottrina
- Il pensiero umanistico e riformatore di Erasmo
- La polemica con Lutero
-Le opere 3.1 Il lavoro sul testo del Nuovo Testamento

 

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Monumento di Erasmo a Rotterdam
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 La giovinezza di Erasmo

Le informazioni sulla famiglia e sulla prima giovinezza di Erasmo si possono dedurre
solo da scarsi indizi sparsi nei suoi scritti. Nacque a Rotterdam o a Gouda, nei Paesi Bassi,
allora territorio del Ducato di Borgogna, in un anno imprecisato tra il 1466 e il 1469,
dalla relazione tra Margherita, una donna di Gouda figlia di un medico,

e un prete di nome Geert, i quali avevano già avuto qualche anno prima un altro figlio,

Pieter.
Anche se le convivenze più o meno mascherate di preti con donne erano relativamente diffuse,
tale circostanza fece però sì che Erasmo non amasse parlare delle proprie origini.
Battezzato con il nome di Erasmo, adotterà in seguito il secondo nome di Desiderio.
Fece i primi studi a Gouda e all'incirca dal 1476 frequentò la scuola capitolare di

San Lebuinus a Deventer, dove apprese soprattutto la lingua latina e la retorica.

Quella scuola, definita da Erasmo ancora barbara,
solo alla fine del suo soggiorno fu retta dall'umanista Alexander Hegius,

ed Erasmo ebbe l'occasione
di ascoltarvi una volta il famoso Rudolf Agricola.
Dopo la morte dei genitori per peste nel 1483, i tutori di Erasmo e Pieter,
che speravano che i due giovani prendessero i voti monastici,

li mandarono a studiare in una scuola dei Fratelli della vita comune, a 's Hertogenbosch,

da dove tornarono a Gouda dopo due anni, a causa
di una nuova epidemia di peste. Pieter si fece frate nel convento di Sion, vicino Delft,

 e poco dopo, nel 1487, Erasmo entrò nel convento agostiniano di Steyn,

nei pressi di Gouda.
Qui Erasmo si legò con intensa amicizia al suo compagno di cella, Servatius Rotger,

 di poco più giovane, che diverrà priore di quel convento: «Io ti amo più dei miei occhi,

 della mia anima, insomma più di me stesso»,
e «Tu conosci la mia pusillanimità: se non ho nessuno su cui appoggiarmi e riposare,
mi struggo in lacrime e prendo a noia la vita», gli scriveva in lettere dove

l'eccesso del sentimento si univa all'amore
delle citazioni classiche. Molti anni dopo, riflettendo sul suo passato,
Erasmo scriveva che «la gioventù suole concepire fervide simpatie verso alcuni compagni».
I legami di affetto e di intimità nelle amicizie maschili erano del resto molto frequenti

nell'età rinascimentale, e i toni usati da Erasmo non provano che egli fosse animato

da desideri erotici.
Non risulta nessuna accusa di omosessualità mossagli durante la sua vita,
ed egli stesso si impegnò a condannare la sodomia nei suoi scritti e ad elogiare

il desiderio sessuale nel contesto del matrimonio tra uomo e donna.
Medaglia con l'effigie di Erasmo, ad opera di Quentin Metsys
Poco alla volta imparò a controllarsi e alla figura dello studente sentimentale

subentrò quella del latinista che discorre di letteratura e dà consigli di stile.

 In una lettera all'amico Cornelius Gerard egli mostra di aver acquisito la conoscenza

 di tutti i maggiori autori classici latini,

di Agostino, di Gerolamo, di umanisti italiani, tra i quali spicca Lorenzo Valla,
le cui Elegantiae erano per lui un modello di bonae litterae moderne.
Ma se nel convento si accresceva la sua istruzione, non progrediva l'affezione

 per la vita monastica.Nel carteggio di quel periodo non vi è traccia di argomenti

religiosi e vi è insofferenza per i suoi superiori,
che non comprendono e frenano la sua passione per la poesia.

Nella sua prima opera, tuttavia, una Lettera sul disprezzo del mondo

 (De contemptu mundi), scritta intorno al 1489,
egli loda la vita solitaria dei monaci come mezzo per realizzare l'ideale umanistico

della formazione di uno spirito eletto, pur non giungendo mai ad esaltare il ritiro

 conventuale quale espressione di una compiuta vita cristiana.
Con tutto ciò, il 25 aprile 1492 fu ordinato canonico agostiniano a Steyn,

ma già nel 1493 colse l'occasione per lasciare il convento per mettersi al servizio

 del vescovo di Cambrai, Hendrik van Bergen (1449-1502), il quale aveva necessità

di un segretario che fosse buon conoscitore del latino.
Erasmo non fu però soddisfatto della nuova sistemazione che lo costringeva a

 frequenti viaggi per i Paesi Bassi, sottraendogli molto tempo ai suoi studi prediletti.

 Fu così che nel 1495, con il consenso del vescovo e con un modesto sussidio,

 si recò a studiare presso l'Università di Parigi,
che era allora la sede principale dell'insegnamento scolastico.

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 Gli Antibarbari

Tra la fine dell'incarico presso il vescovo e il suo arrivo a Parigi, Erasmo terminò di scrivere l'Antibarbarorum Liber,
un dialogo nel quale egli affronta il problema della convivenza della cultura classica con la fede cristiana.
I motivi della decadenza dell'antica cultura sono addebitati al prevalere, nella religione cristiana,
di un'ostilità pregiudiziale nei confronti dell'eredità classica, spesso senza nemmeno conoscerla realmente,
i teologi scolastici l'hanno giudicata per lo più pericolosa per la fede,
e altri hanno ritenuto che per vivere davvero cristianamente fosse necessario coltivare non le lettere ma la virtù

della semplicità.

È così avvenuto che «religione e cultura in quanto tali non riescono a vivere in armonia nel modo giusto»,
poiché «la religione senza le bonae litterae comporta in ogni caso una certa pesante ottusità»,
mentre «i conoscitori delle litterae hanno una cordiale avversione della religione».
Poiché Erasmo ritiene che nella cultura antica vi sia il presentimento del prossimo annuncio cristiano,
una conciliazione tra fede e cultura classica è tuttavia possibile, come già Agostino e Gerolamo avevano dimostrato,
ma ora è l'arroganza dei teologi moderni a renderla problematica.       

 

 

 Erasmo a Parigi

 


Erasmo rimase a Parigi fino al 1499.

Si stabilì dapprima nel Collège de Montaigu, ma presto la dura disciplina e

 il pessimo alloggio lo convinsero a trasferirsi in una pensione per studenti,
arrotondando il magro stipendio del vescovo con lezioni private di latino.
Per le necessità del suo lavoro di precettore, scrisse alcuni manuali e

cominciò a raccogliere una serie di proverbi
e di forme idiomatiche latine destinate a grande successo, gli Adagia.
Intendeva laurearsi in teologia, ma non riuscì nello scopo.

 Certamente rimase deluso dei suoi professori e
della teologia scolastica deteriore che veniva insegnata, fondata su Duns Scoto:
«se tu vedessi Erasmo seduto tra quei santi scotisti, con la bocca aperta,

ad ascoltare la lezione che il professor Grillardus tiene dall'alto della sua cattedra!

Se tu lo vedessi, con la fronte aggrottata, con gli occhi sbarrati e i lineamenti tesi!»,

scrisse allora, e qualche anno dopo:
«arzigogoli e sottigliezze sofistiche, concepiti da ignoranti e attaccabrighe:
nascono liti su liti e noi, molto compresi, disputiamo su questioni di lana caprina e

solleviamo problemi quasi insopportabili per orecchie pie».
Erasmo non cesserà di sottolineare la lontananza delle loro

 stultae quaestiones dalla prudenza
e dalla sobrietà di spirito dei Padri della Chiesa, della quale ammirava e

venerava talmente «l'ordine dei teologi, che solo ad esso diedi il mio nome,

 e solo in esso volli essere annoverato, benché la modestia mi vieti di

 fregiarmi di un titolo così elevato, in quanto non ignoro quali doti di sapere e
di vita si richiedano per il nome di teologo».
A Parigi fu in contatto con Jan Standonck (1454-1504), direttore di Montaigu,
e con un amico di questi, Jan Mombaer (1460-1501), entrambi seguaci della
Devotio moderna, movimento religioso che Erasmo aveva già conosciuto a

 Steyn e il cui influsso su Erasmo è stato sopravvalutato.
Del resto, giudicò il Rosetum exercitiorum spiritualium scritto da Mombaer
«nient'altro che cardi e loglio», e nel colloquio Del mangiar pesce denunciò
«la vera e propria crudeltà verso il prossimo» dello Standonck.
Apprezzò invece Robert Gaguin (1433-1501),

uno dei maggiori umanisti parigini dell'epoca,
e si fece un buon amico nell'umanista italiano Fausto Andrelini,

 già poeta laureato a Roma e che anche in Francia aveva ottenuto un grande

 successo nel campo delle lettere latine,
tanto da essere nominato poeta regio da Carlo VIII.

 

 Il teologo inglese John Colet

 Il teologo inglese John Colet
 

 

 

 

 

Nell'estate del 1499 lasciò Parigi per l'Inghilterra,

 per diventare precettore del giovane William Blount,
quarto barone di Mountjoy, che sarà poi maestro del principe Enrico.

Grazie alle conoscenze di lord Mountjoy,
Erasmo venne in contatto con molti esponenti dell'aristocrazia,

con Tommaso Moro (1478-1535),
con William Grocyn (1446-1519), con Thomas Linacre (1460-1524).
Si compiaceva di vedere come in Inghilterra germogliassero

 «ovunque abbondanti i semi della scienza antica»,
come scrisse il 5 dicembre all'amico Robert Fisher.
A Londra fu presentato al principino Enrico e, stabilitosi a Oxford,

conobbe anche il teologo John Colet (1466-1519),
del quale ascoltò con grande interesse le lezioni sulle lettere di san Paolo.

Si è sostenuto che il Colet abbia esercitato un influsso decisivo su Erasmo,
spingendolo a quell'interesse filologico per la Bibbia che è centrale

 nella sua attività di studioso.
In realtà John Colet non conosceva il greco e il fascino che egli esercitò

sull'umanista olandese si deve probabilmente soprattutto alla qualità del suo

carattere personale, come lo stesso Erasmo scrisse ricordando il Colet.
Dopo sei mesi, Erasmo ritornò a Parigi. Il viaggio fu molto movimentato:
i doganieri inglesi gli sequestrarono a Dover tutto il suo denaro e in Francia

due briganti tentarono di rapinarlo.
Il bisogno di guadagnare rimase per molti anni assillante ed egli dovette

più volte rivolgersi a diversi benefattori
sparsi tra i Paesi Bassi, l'Inghilterra e la Francia.

Era già ben consapevole del suo valore se,
chiedendo all'amico Jacob Batt di intercedere presso la ricca mecenate

Anna van Borsselen, scriveva nel 1500 che
«con i miei scritti renderò a questa gentilissima signora più onore

di tutti gli altri teologi da lei protetti.
Mentre essi predicano banalità effimere, quello che scrivo io è destinato a durare.
Quegli ottusi chiacchieroni si possono ascoltare in questa o quella chiesa,
mentre i miei libri vengono letti da latini, da greci, da tutti i popoli della terra.
Di tali ottusi teologi se ne trovano in abbondanza,

uno come me non lo si vede da secoli». J
 

 

 Gli Adagia

Gli Adagia


Adagia, Venezia 1508
Nel 1500 l'editore parigino Jean Philippe pubblicò i suoi Adagiorum collectanea,
una raccolta di 818 proverbi latini e modi di dire filologicamente commentati.
La raccolta si amplierà con le successive edizioni: quella del 1505

ne contiene 838, l'edizione veneziana di Aldo Manuzio,

del 1508 - a partire dalla quale Erasmo comincia a inserire numerose
citazioni greche - ne contiene 3.260 e porta il titolo Adagiorum chiliades

 che sarà quello definitivo anche nell'ultima edizione del 1536,
pubblicata con i tipi dell'editore di Basilea Johan Froben e

contenente 4.151 proverbi.
I più citati, tra i latini, sono Cicerone, Aulo Gellio, Macrobio, Orazio, Virgilio;

 tra i greci, Aristofane, Aristotele, Diogene Laerzio, Luciano, Omero, Pitagora,

Platone, Plutarco, Sofocle, la Suda.
Gli autori cristiani - Agostino e Girolamo -

 o i passi biblici sono relativamente meno presenti,
mentre non mancano autori rari come Michele Apostolio, Diogeniano,

Stefano di Bisanzio, Zenobio.
Erasmo aveva infatti iniziato a studiare il greco solo dal 1500,

comperandosi scritti di Platone e pagandosi un insegnante,
e nello stesso tempo si dedicava allo studio di Gerolamo,

di cui possedeva tutte le opere.
La conoscenza del greco gli era indispensabile per affrontare

l'impegno maggiore, quello della Bibbia e della teologia:
«io credo che sia il colmo della follia anche solo accennare a quella parte

della teologia che tratta in particolare del mistero
della salvezza, se non si è padroni anche del greco», scriveva nel 1501,
e tre anni dopo scriveva di trovarsi «sotto l'incantesimo del greco»,
deciso a dedicare la vita allo studio della Scrittura.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 L'Enchiridion

Enchiridion militis christiani, edizione spagnola, 1528

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aldo Manuzio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La casa di Thomas More a Londra
 

 

 

 

 

 

 

 

 

Esemplare dell'Elogio con disegni di Holbein il Giovane
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Hans Holbein: La Follia scende dal pulpito
 


Enchiridion militis christiani, edizione spagnola, 1528
Già scritto nel 1501 per Johann Poppenreyter,

 un armiere della corte di Borgogna,
il quale si fece dell'opuscolo quel che Erasmo si

«fece della spada ricevuta in cambio per omaggio»,
cioè nulla,[26] l'Enchiridion militis christiani fu rielaborato da

Erasmo nel 1503 e pubblicato ad Anversa dall'editore Dirck Maertens

nel febbraio del 1504 nelle Lucubratiunculae,
una raccolta di brevi scritti di diversi autori. L'Enchiridion fu edito come

opera a sé dallo stesso Maertens nel 1515 a Lovanio ed ebbe una

larga diffusione con diverse traduzioni: la prima traduzione italiana,
a opera di Emilio dei Migli, apparve a Brescia nel 1531. È da notare che,
per la ristampa del 1518 dell'editore Johann Froben di Basilea,

 Erasmo scrisse un'introduzione nella quale difendeva Lutero
dagli attacchi cui era soggetto dopo l'esposizione delle sue Tesi.
Enchiridion significa manuale o anche pugnale e lo scopo del libro,

 come dichiara l'autore, è prescrivere un modello di vita cristiana.

Il cristiano è concepito come un soldato che deve combattere
per vivere felicemente nel mondo: egli possiede due armi, la preghiera e

la conoscenza di sé.
In quanto essere naturale, egli appartiene a questo mondo,

ma egli è anche un essere spirituale,
e deve pertanto innalzarsi al mondo dello spirito.

Citando infatti il passo di Giovanni
«è lo spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla»,

Erasmo commenta che
«a tal punto non giova, che la carne è mortifera se non conduce allo spirito».
E anche Paolo «vuole che ci fondiamo sullo spirito che è la fonte

della carità e della libertà».
Ne deriva che per giungere a Dio, la via delle pratiche esteriori di devozione

 - andare in chiesa, recitare i salmi, digiunare - non è adeguata se non

corrisponde a un'intima convinzione:
«beati coloro che ascoltano interiormente la parola di Dio. Felici

quelli a cui il Signore dice interiormente la sua parola:
le loro anime saranno salvate». Credere che le cerimonie religiose da sole

bastino a salvarci significa «rimanere nella carne della legge,

 confidare in cose che non valgono nulla e che in realtà Dio detesta».
La vita monacale è un esempio di pratica continua e

 scrupolosa delle cerimonie.
I monaci, che pure credono di avere un rapporto privilegiato con Dio e

con lo spirito, sono rimasti in realtà «bambini in Cristo»,

mostrando una «grande debolezza d'animo:
trepidano anche laddove non c'è nulla da temere e sbadigliano per il sonno

quando il pericolo è maggiore».
Essi opprimono il cristiano con scrupoli e cavilli, «lo costringono a

rispettare tradizioni puramente umane e
precipitano il misero in una sorta di giudaismo, gli insegnano il timore,

non l'amore».
Altri esempi di devozione cerimoniale degenerati nel formalismo e

 nella vuota apparenza sono il culto dei santi e delle reliquie.
È meglio imitare la loro vita e le loro virtù, e piuttosto che venerare un

frammento della croce di Cristo,
è meglio ascoltare la sua parola: «come niente è più simile

al Padre del Figlio, il Verbo del Padre che promana dall'intimità del suo cuore,

così niente è più simile a Cristo della sua parola».
Anche la messa appartiene alla sfera dell'esteriorità se il sacrificio di Cristo

non si realizza nello spirito dell'uomo.
Nella visione di Erasmo del cristianesimo,

 «l'uomo si pone davanti a Dio come individuo singolo,
e segue solo la voce di Dio e della propria coscienza [...]

È la via verso l'interiorizzazione.
Il dato oggettivo e insignificante, quello istituzionale, non serve [...]

quello che conta veramente è solo il cuore,
la disposizione individuale». Con l'Enchiridion, «la parola d'ordine

della libertà evangelica è lanciata.
E sebbene in questa prima fase essa sia una formula più che una dottrina,
tuttavia fin da ora la si trova strettamente associata alla religione dello spirito.
La libertà evangelica è il vertice dello spiritualismo di Erasmo,
il risvolto positivo della sua battaglia contro l'esteriorità delle cerimonie».
Quel che Erasmo intendeva colpire erano comunque gli eccessi

di tali cerimoniali, non le pratiche in sé.
Sono attestate ad esempio le sue esperienze di pellegrino al santuario di

Nostra Signora della Santa Casa a Walsingham,
o una preghiera di ringraziamento in onore di Santa Genoveffa,

da lui composta per averlo fatto guarire da una malattia.
 

 Il viaggio in Italia

Il nuovo secolo si era aperto per Erasmo con nuovi viaggi da Parigi a Orléans,

 poi a Lovanio nel 1502, ancora a Parigi nel 1505, dove pubblicò

le Annotationes al Nuovo Testamento di Lorenzo Valla,
primo esempio della sua attività di curatore ed esegeta di manoscritti.
Dopo una breve permanenza in Inghilterra, dal 1506 al 1509 Erasmo visse in Italia.
Dopo un primo periodo trascorso a Torino, dove il 4 settembre 1506

si laureò in teologia presso la locale Università, si trasferì a Bologna e

di qui Venezia, ospite del suocero dell'editore Aldo Manuzio.
Con lui abitava l'umanista Girolamo Aleandro, dal quale

 Erasmo prese lezioni di greco: destinato a una carriera ecclesiastica

 di grande successo, l'Aleandro diventerà cardinale e nunzio pontificio,
e accuserà Erasmo di essere un eretico e un fomentatore della

Riforma protestante.
Erasmo approfittò del soggiorno veneziano per procurarsi

altri manoscritti di autori greci e per lavorare
intensamente agli Adagia che ampliò notevolmente e fece pubblicare

 dal Manuzio nel 1508.
Visitò anche Padova e Siena, fu a Napoli, a Cuma e, nel 1509, a Roma,
dove conobbe i cardinali Domenico Grimani e Giovanni de' Medici,
gli umanisti Raffaele Riario ed Egidio di Viterbo - altro suo futuro,

 accanito avversario - e assistette,
il venerdì santo, a una predica tenuta di fronte a Giulio II nel quale

l'oratore paragonava il papa a Giove
che impone la sua autorità ai potenti del mondo.
La notizia della morte del re inglese Enrico VII nell'aprile del 1509 e

della prossima salita al trono di Enrico VIII,
comunicatagli dall'amico Blount con un invio di denaro e il miraggio

 dei grandi successi che lo avrebbero atteso in Inghilterra,

 lo spinse a lasciare Roma, e come all'andata in Italia era andato

scrivendo un De senectute, così nel viaggio di ritorno, «per non perdere

in chiacchiere da rozzi illetterati tutto il tempo»,
gli venne in mente di celebrare l'elogio della pazzia,

quel Moriae encomium che
nel titolo ricordava il nome dell'amico Tommaso Moro che si riprometteva

di rivedere nella lontana isola.

 In Inghilterra: l'Elogio della Follia


Dopo un viaggio di due mesi Erasmo raggiunse l'Inghilterra e

fu ospite dell'amico Moro.
Durante un periodo di malattia, riprese la sua idea di scrivere un

Moriae Encomium (Morias Encomion) o Elogio della Follia che portò a

termine in una settimana.Lo scritto fu pubblicato a Parigi nel 1511,

 ebbe una seconda edizione aumentata nel 1514, e nel 1515 apparve a Basilea,
per l'editore Froben, la versione definitiva con un commento

dell'umanista olandese Gerard Listrius, scritto in parte dallo stesso Erasmo.
È la Follia personificata a parlare e a fare l'elogio di se stessa di fronte a

 un pubblico che appare molto divertito.
Erasmo mantiene nel discorso una costante ambiguità, presentando

le sue affermazioni non solo come folli,
ma anche rivelatrici, sotto l'apparenza scherzosa, di una profonda e seria verità.
La Follia è figlia della ninfa Neotete, la Giovinezza, e di Pluto,

il dio della ricchezza, e a un cenno di questo dio
«tutte le cose, sacre e profane, si confondono insieme,

 a suo arbitrio si fanno guerre, paci, imperi,
consigli, tribunali, assemblee popolari, matrimoni, trattati, alleanze,

 leggi, arti, cose serie e cose buffe»,
insomma tutte le attività proprie dell'uomo. Già gli esseri umani nascono

da quella parte del corpo che è «così pazza, così buffa,

che non se ne può fare nemmeno il nome senza scoppiare a ridere»,
e per mettere il collo al guinzaglio del matrimonio bisogna proprio essere

sotto l'influsso di Anoia, l'irriflessione.
L'incanto dell'infanzia è dovuto a quella sua «follia pazzerellona»,
il piacere della gioventù a quella sua certa mancanza di giudizio, e alla noiosa

 assennatezza dell'età matura succede spesso il rimbambimento della vecchiaia

: «il vecchio va in delirio, e questo è dono mio - dice la Follia -
ma intanto questo mio vecchio delirante è libero da quei miserevoli affanni

che torturano il saggio».
Un po' di follia dà sapore alla vita, rende amabili le donne,

favorisce la convivialità e le amicizie, insomma ci permette di sopportarci

a vicenda.La follia produce le guerre, che sono «origine e campo

delle imprese più lodate», affidate non a caso a «parassiti,
ruffiani, briganti, sicari, contadini, imbecilli, indebitati e simile feccia umana»

certamente non ai filosofi e ai cosiddetti sapienti,

 che se mettono mano agli affari di Stato combinano solo danni,
e sono inabili anche alle più modeste funzioni della vita quotidiana.

Per governare occorre invece ingannare il popolo,
lusingarlo per acquisirne il favore, essere spinto da quella follia che è

l'amore di sé, della fama e della gloria che ci fa abbandonare

ogni timidezza e ci induce all'azione.
A guardar bene, la vita è una commedia dove ciascuno recita una sua parte,

 e non è bene strappare la maschera
agli attori che stanno recitando: «tutta la vita non ha alcuna consistenza ma,

 tant'è, questa commedia non può essere rappresentata altrimenti»,

 e il saggio che volesse mostrare
l'autentica realtà delle cose farebbe la figura dell'insensato.

L'uomo veramente prudente non deve
«aspirare a una saggezza superiore alla propria sorte,

ma fare buon viso all'andazzo generale e
partecipare alle debolezze umane. Si dirà che questa è follia.

 Non lo negherò,purché si conceda che tale è la vita, la commedia della vita

 che stiamo recitando».
Erasmo accenna poi alle follie di diverse categorie di persone:
i cacciatori, gli alchimisti, che sprecano tempo e denaro, e come loro

 i giocatori d'azzardo, mentre al contrario, coloro che propalano

«miracoli e favolette di prodigi» hanno per scopo di «cavar quattrini,
come usano principalmente preti e predicatori popolari».

Ci sono poi i superstiziosi, quelli che recitano ogni giorno i salmi penitenziali,

e quelli che attribuiscono a ciascun santo una particolare virtù protettrice.

Del resto, questi vaneggiamenti sono autorizzati e
alimentati dai sacerdoti, i quali «sanno che questa è una piccola

fonte di guadagno che non finisce mai»
C'è poi la follia dei nobili, che si vantano dei loro antenati ma che non differiscono

 «dall'ultimo mozzo di stalla»,quella dei commercianti, che benché esercitino

«la più ignobile delle professioni e nella maniera più ignobile»,
si considerano gli uomini più importanti del mondo, come i grammatici,

«sempre affamati, sempre ripugnanti»,
che «marciscono nel fetore e nella sozzura». I poeti credono di acquistare

 fama immortale, ma non fanno altro che «accarezzare le orecchie

di qualunque babbeo con ciance e favolette da ridere»,
Ci sono poi gli scrittori, i più seri dei quali, mai soddisfatti dell'opera loro,
perdono la salute e la vista senza compenso,

mentre gli altri sanno che più scriveranno
sciocchezze maggior successo avranno, come i plagiari,

che si gloriano di una fama usurpata.
Facendo la satira degli studiosi e degli scrittori,

 Erasmo giunge di fatto a burlarsi di se stesso,
rivelando però in tal modo come sia difficile prendere completamente

 sul serio la sua Follia.
 

Hans Holbein il Giovane: Stoltezza del sapiente
Tra gli eruditi, i giuristi formano migliaia di leggi «poco importa se a

 proposito o a sproposito» e poi ammucchiano cose su cose per rendere

 più difficili gli studi legali. I retori e i sofisti battagliano su
«questioni di lana caprina» e si azzuffano su qualsiasi argomento

 «armati di tre sillogismi». I filosofi poi, benché non sappiano nulla,

 fanno professione di sapere tutto e «van gridando dovunque
che essi vedono le idee, gli universali, le forme separate, la materia prima,

le quiddità e le ecceità».
Largo spazio viene dedicato da Erasmo anche alla follia di teologi

ed ecclesiastici. Oggetto della sua satira non sono ovviamente i teologi

 in quanto tali, ai quali lui stesso si onorava di appartenere,
bensì i theologiae histriones («istrioni della teologia»)

come li definisce nella lettera apologetica a Martin Dorp del maggio 1515.

Costoro, «razza straordinariamente boriosa e irritabile»,
si occupano delle questioni più assurde, quali «Iddio Padre odia il Figlio?
Avrebbe potuto Dio prender forma di donna, o del diavolo, d'un asino,

d'una zucca, d'una pietra? E in tal caso,
come avrebbe una zucca parlato al popolo e fatto miracoli?»,

e formulano sentenze morali paradossali.
Questi teologi della scolastica decadente - di indirizzo realista, nominalista,

tomista, albertista, occamista, o scotista - metterebbero in difficoltà

san Paolo e tutti gli apostoli, se disputassero con loro.
E guai a non essere d'accordo con loro. Ne verrebbe subito la sentenza:

 «questa proposizione è scandalosa,
quest'altra poco reverente, questa puzza d'eresia, quest'altra suona male».
Buffo poi è il fatto che essi credono di esser grandi teologi,

quanto più barbaramente parlano:
«sostengono infatti che non è conforme alla maestà delle sacre lettere esser

costretti a ubbidire alle leggi dei grammatici».
A costoro Erasmo contrappone i teologi che ritiene autenticamente autorevoli:

 «Tanta è la sottigliezza del loro giudizio che,
senza il voto di questi baccellieri, a formare un vero cristiano

 non basterebbero il battesimo,
né il Vangelo, né San Paolo o San Pietro, né San Gerolamo o

 Sant'Agostino, né lo stesso San Tommaso,
il più aristotelico di tutti i teologi».
Quanto a quei religiosi che sono detti monaci - parola che significa

 letteralmente solitari -c'è da dire che buona parte di essi non hanno niente

a che fare con la religione e non sono solitari,
visto che «non c'è luogo dove non te li trovi tra i piedi».

Quando in chiesa non «ragliano, da asini che sono,
i loro salmi», disturbano per le strade, elemosinando con grande fracasso,

 e credono di guadagnarsi la vita eterna osservando certe

 «cerimonie e tradizioncelle umane», senza sapere che
Cristo chiederà conto dell'osservanza del comandamento della carità.

 Da come predicano, poi, «c'è da giurare che siano stati a scuola da ciarlatani

di piazza, senza per altro riuscire a raggiungerli».
Vescovi e cardinali, gli eredi degli apostoli, si danno alla bella vita, e i papi,

 i vicari di Cristo, vivono «mollemente e senza pensieri». Mentre i primi cristiani abbandonavano tutti i loro beni per seguire Gesù,
per il cosiddetto patrimonio di san Pietro, cioè «borgate, tributi, dazi, signorie»,
i papi «si battono con il ferro e il fuoco, non senza effusione di molto sangue

cristiano», e sono essi «a lasciare sparire nel silenzio Cristo, a incatenarlo

 trafficando con le loro leggi,
a corromperlo con interpretazioni sforzate, a sgozzarlo

con la loro vita pestifera».
L'ultima parte dell’Elogio della follia, uscendo dai toni fin troppo burleschi,

acquista connotazioni decisamente teologiche, diventando apologia della fede

 cristiana che contro e oltre le necessità della
ragione accetta un articolo di fede indimostrabile, un uomo che è Dio,
che muore sulla croce e resuscita dai morti. Rifacendosi a San Paolo,
Erasmo fa dire alla Follia che occorre farsi stolto per diventare sapiente,

e che a Dio sono cari gli uomini senza senno.
È per lo stesso motivo che i re, i sovrani del mondo, odiano coloro che

sono troppo intelligenti e preferiscono
circondarsi di persone grossolane? Certamente no, ma

«la religione cristiana ha una specie di parentela con la pazzia»,
perché coloro che sono stati conquistati dalla pietà cristiana hanno prodigato

 i loro beni, trascurato le offese, tollerato gli inganni,

 considerato amici i nemici, evitato i piaceri, avuto a fastidio la vita,

desiderato la morte.Insomma, sono diventati «assolutamente ottusi

a ogni senso comune, come se il loro animo vivesse altrove,
non dentro il corpo. E questa che cos'è, se non pazzia?».
Come la saggezza umana è follia agli occhi di Dio e viceversa,

così già Platone, attraverso il mito della caverna,

aveva mostrato i due piani della conoscenza: quello dei prigionieri legati

che osservano le ombre della realtà, scambiandole per realtà autentica,
e quello del prigioniero che si libera, esce dalla caverna e torna a riferire

 ai suoi compagni delle cose viste nella loro realtà.
Quest'ultimo, «ormai sapiente, compiange e deplora la loro pazzia,

 posseduti come sono da così grande illusione;
gli altri invece ridono di lui come di un matto che sragiona».
L'opera ebbe grande successo: vivente Erasmo, conobbe 36 edizioni,

 numerose traduzioni e imitazioni,
come il De triumpho stultitiae di Faustino Perisauli.

La verve polemica e a tratti graffiante di cui nonostante ciò fu accusato era

comunque lontana dalla sua sensibilità:
«Non volli offendere, ma ammonire, non nuocere ma giovare,
non recar danno ma sostegno ai costumi degli uomini».
Erasmo aveva ottenuto nel 1511 una pensione e i benefici della parrocchia

di Aldington, nel Kent, e grazie all'interessamento dell'amico

John Fisher, vescovo e rettore dell'Università di Cambridge,
d'insegnare in questa Università greco e teologia.
Qui intraprese uno studio approfondito delle lettere di san Gerolamo e

del Nuovo Testamento. Rimasto in contatto con John Colet, che a Londra

aveva fondato la Saint Paul's School,
gli dedicò il De copia duplici, un manuale di stile latino.

 

 

 A Lovanio e a Basilea

 

La Bibbia di Lutero

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Nel gennaio 1514, non sopportando i colleghi di teologia di Cambridge,

già oggetto della satira dell'Elogio, lasciò l'insegnamento e tornò a Londra,

prima tappa per il ritorno nel continente. In luglio sbarcò a Calais, dove fu raggiunto

dall'ordine del priore di Steyn di tornare in convento.
Erasmo rifiutò, sostenendo di non essere fatto per la vita conventuale e di voler

continuare i suoi studi e le sue pubblicazioni.
Si fermò per breve tempo a Lovanio e in agosto riprese il viaggio lungo il Reno

per raggiungere Basilea e accordarsi con l'editore Johann Froben per

una nuova edizione ampliata degli Adagia,
per quella delle lettere di Gerolamo e soprattutto per la pubblicazione

del testo del Nuovo Testamento, nella versione greca e latina da lui curata con

l'aggiunta dei suoi commenti.
La diffusione degli Adagia, dell'Enchiridion e dell'Elogio lo avevano reso

 molto noto e rispettato negli ambienti
umanistici ed egli fu accolto, anche nelle soste fatte a Treviri,

 a Magonza e a Strasburgo, con tutti gli onori.
La sua polemica contro alcuni aspetti della vita della Chiesa cattolica

non nacque da dubbi sulla dottrina
tradizionale né da ostilità verso l’organizzazione in sé della Chiesa, ma,

piuttosto, da un'esigenza di purificare la dottrina stessa e di salvaguardare le

 istituzioni del Cristianesimo dai pericoli che le minacciavano,
quali la corruzione, l'interesse di pontefici guerrieri come papa Giulio II

all'ampliamento dello Stato della Chiesa,
la vendita delle indulgenze, il culto smodato delle reliquie.
Come studioso cercò di liberare i metodi della scolastica dalla rigidità e

dal formalismo della tradizione medievale.
Egli si riteneva un predicatore della virtù, e questa convinzione lo guidò per

 tutta la vita mentre cercava di rigenerare
l’Europa mediante una critica profonda e coraggiosa alla Chiesa cattolica.
Tale convinzione rappresenta il filo conduttore di un’esistenza che, altrimenti,
potrebbe sembrare piena di contraddizioni.
Tuttavia con il passare degli anni le posizioni estremiste presero il sopravvento

su quelle moderate ed Erasmo
si trovò sempre più in contrasto sia con le chiese riformate che con quelle

cattoliche perché entrambe erano fortemente opposte alla sua visione moderata.

 Erasmo e la riforma luterana


La Riforma di Martin Lutero – che tradizione vuole

 prenda avvio il 31 ottobre 1517 con l’affissione
sulla porta della chiesa di Wittenberg, com'era uso a quel tempo,

di 95 tesi in latino riguardanti il valore e
l'efficacia delle indulgenze – mise a dura prova il carattere di Erasmo.
Fino ad allora il mondo aveva riso della sua satira, ma pochi avevano

interferito con le sue attività.
Le tensioni erano giunte a un punto tale che pochi avrebbero potuto

sottrarsi al nascente dibattito, non certo Erasmo che era proprio al culmine

della propria fama letteraria. Il doversi per forza schierare e
la partigianeria erano contrarie sia al suo carattere sia ai suoi costumi.

 Nelle sue critiche rivolte alle "follie" clericali e agli eccessi della Chiesa

egli aveva sempre tenuto a precisare di non volere attaccare
la Chiesa come istituzione e di non essere mosso da inimicizia

nei confronti del clero.
Erasmo condivideva, in effetti, molti aspetti delle critiche di Lutero

 alla Chiesa cattolica, ad esempio nei
confronti delle indulgenze e dei formalismi esteriori del clero,

 come pure sulla necessità di un ritorno
allo spirito originario del cristianesimo.

Sarà invece il punto centrale della dottrina luterana
(quello che negava l'esistenza del libero arbitrio) a tenere divisi

 i due personaggi.
Erasmo aveva il massimo rispetto per Martin Lutero e, a sua volta,

il riformatore manifestò sempre ammirazione per la superiore cultura di Erasmo.

 Lutero sperava di potere collaborare con Erasmo
in un’opera che gli sembrava la continuazione della propria.
Erasmus dipinto da Hans Holbein il Giovane
Erasmo, invece, declinò l’invito ad impegnarsi, affermando che se avesse

seguito tale invito, avrebbe messo in pericolo la propria posizione

di guida di un movimento puramente intellettuale,
che riteneva essere lo scopo della propria vita.

 Soltanto da una posizione neutrale – riteneva Erasmo –
si poteva influenzare la riforma della religione.

Erasmo rifiutò dunque di cambiare confessione,
ritenendo che vi fossero possibilità di una riforma anche nell’ambito delle

 strutture esistenti della Chiesa cattolica.
A Lutero tale scelta parve un mero rifiuto ad assumersi le proprie responsabilità

motivato da mancanza di fermezza o, peggio, da codardia.
Fu allora che Erasmo – contrariamente alla sua natura –

prese posizione per due volte su questioni dottrinalmente controverse.
La prima volta fu sul tema cruciale del libero arbitrio.

Nel 1524 con il suo scritto De libero arbitrio diatribe
sive collatio egli satireggiò la dottrina luterana del "servo" arbitrio. In ogni caso

nella sua opera egli non prende
una posizione definitiva, ma ciò agli occhi dei luterani rappresentava

 già una colpa. In risposta Lutero nel 1525 scrisse il De Servo Arbitrio,

nel quale attaccava direttamente
Erasmo tanto da affermare che quest’ultimo non sarebbe stato

neppure un cristiano.
Mentre la Riforma trionfava, iniziarono però anche quei

 disordini sociali che Erasmo temeva e che Lutero riteneva inevitabili:

la guerra dei contadini, l’iconoclastia,
il radicalismo che sfociò nei movimenti anabattisti in Germania e Olanda.
Erasmo era felice di essersene tenuto lontano, anche se,

 in ambienti cattolici,
lo si accusava di essere stato il fomentatore di tali discordie.
A dimostrazione della sua lontananza dalla Riforma,

quando nel 1529 Basilea adottò le dottrine riformate,
Erasmo si trasferì nella vicina città imperiale di Friburgo in Brisgovia,

 rimasta cattolica. A Friburgo egli continuò la sua instancabile attività

letteraria terminando l’opera più importante
dei suoi ultimi anni: l’Ecclesiaste, parafrasi dell’omonimo libro biblico

 (detto pure Qoelet, o il "Predicatore"),
nel quale egli sostiene che la predicazione è l’unico dovere veramente

importante della fede cattolica.
La seconda grande questione alla quale Erasmo prese parte fu quella

 della dottrina dei sacramenti e, in particolare, del valore dell’eucaristia.

 Nel 1530 Erasmo pubblicò una nuova edizione del testo ortodosso
risalente all'XI secolo di Algerius contro l’eretico Berengario di Tours.

Ad esso aggiunse una dedica, nella quale confermava la propria fede

nella dottrina cattolica della presenza reale di Cristo nell’ostia consacrata.
In tal modo egli smentì gli antisacramentali guidati da

Giovanni Ecolampadio di Basilea,
i quali citavano Erasmo a sostegno delle loro tesi scismatiche.

 

Gli ultimi anni e la morte

 

Tomba di Erasmo da Rotterdam nella Cattedrale di Basilea
 

Inviso ormai ad ambo gli schieramenti – il 19 gennaio 1543

 i suoi libri sarebbero stati bruciati a Milano insieme a
quelli di Lutero – Erasmo morì la notte fra l’11 e il 12 luglio 1536 a

Basilea dove era tornato per controllare
la pubblicazione dell’Ecclesiaste. Fu sepolto nella cattedrale ormai

dedicata al culto riformato, sebbene
egli fosse sempre rimasto cattolico.
 

 La dottrina

 



Sebbene Erasmo fosse rimasto per tutta la vita cattolico,

 criticò con magistrale e caustica ironia
gli eccessi presenti nella Chiesa cattolica del suo tempo,

per proporre invece una philosophia Christi che
si incardinasse su una religiosità interiore, sostanziata da una pratica

costante della carità. Utilizzando
i lavori filologici di Lorenzo Valla preparò una nuova versione greca e latina

del Nuovo Testamento apprezzata
tra l'altro da Lutero, nei confronti del quale tuttavia

Erasmo fu protagonista di una celebre polemica sulla
questione del libero arbitrio.

 

 

 Il pensiero umanistico e riformatore di Erasmo


Al centro dello spirito innovatore con cui Erasmo

intendeva riformare la Chiesa vi erano da un lato i valori
del mondo classico, dall'altro la riscoperta del cristianesimo delle origini.
Egli cercò sempre una sintesi tra queste due visioni della vita,

sintesi che del resto era già al centro
dei propositi dei filosofi rinascimentali e neoplatonici,
come ad esempio Niccolò Cusano, Marsilio Ficino e Pico della Mirandola.
Nel tentativo di conciliare l’humanitas classica con la pietas cristiana,

egli partiva comunque da posizioni meno dottrinali e più attinenti all'aspetto

della condotta pratica.
In ossequio all'ideale dell’humanitas, cioè della greca "filantropia"

(l'amore per l'umanità),
Erasmo credeva nel rispetto della dignità dell'uomo,

 il cui riconoscimento passa per la concordia e la pace,
da realizzare con l'uso sapiente della ragione.

Richiamandosi a Seneca, Cicerone e Agostino,
condannava le varie forme di violenza e di prevaricazione

 dei potenti sui deboli, deprecando le torture e la pena di morte.
Riguardo invece al sentimento della pietas,

 che per Erasmo costituisce il nucleo centrale del cristianesimo,
era convinto dell'importanza di una fede radicata nell'interiorità

 dell'animo. Le pratiche esteriori della vita religiosa secondo Erasmo non hanno

 valore se non sono ricondotte alle virtù essenziali
del cristiano, cioè l'umiltà, il perdono, la compassione e la pazienza.
Predicò una tolleranza religiosa che facesse a meno di cacce all'eretico e

 di aspre contese critiche e dottrinali.
Per riformare e purificare la vita della fede, Erasmo elaborò quindi un progetto

 generale di riforma religiosa fondata su un'educazione culturale,

volta a porre rimedio ai maggiori pericoli da lui paventati,

 che erano principalmente: il decadimento morale del clero e

 l'ostentata ricchezza dei vescovi;
l'esplosione di interessi nazionalistici e particolaristici tali da poter

 frantumare l'unità dei cristiani;
una teologia scolastica che gli sembrava impaludata in questioni inutili e

 distanti dalla prassi cristiana.
Erasmo si impegnò soprattutto per diffondere il sapere dei classici,

 tramite l’eloquentia (ovvero l'arte di persuadere),
e per depurare la Bibbia dalle incrostazioni medievali rendendola accessibile

 a tutti, tramite un lavoro di critica filologica.

 

 

 La polemica con Lutero

 

 

 

 

 

 

 


Il proposito riformatore di Erasmo, che pure aveva incontrato

 l'atteggiamento favorevole di varie personalità eminenti come l'imperatore

Carlo V, il papa Leone X, i re Francesco I ed Enrico VIII,

era destinato però a naufragare completamente. Le lotte e le contese religiose

 seguite alla riforma luterana vanificarono quei progetti di concordia
e tolleranza religiosa che gli stavano tanto a cuore.

Sebbene avesse fatto di tutto per evitarlo,
lo scontro con Lutero era stato alla fine inevitabile, in particolare sul tema

del libero arbitrio, non tanto da un punto di vista dottrinale, quanto sul piano

del risvolto pratico che la predicazione luterana comportava.
La negazione della libertà umana era per Erasmo incompatibile

con la mentalità umanista e rinascimentale che esaltava la capacità

dell'individuo di essere libero artefice del proprio destino,
e gli sembrava svilisse la dignità stessa dell'uomo.

Se, come affermava Lutero, l'essere umano non ha la facoltà di

accettare o rifiutare liberamente la grazia divina che gli viene offerta,
a che scopo nelle Scritture sono presenti ammonimenti e biasimi,

minacce di castighi ed encomi all'obbedienza?
Se inoltre, come predicava Lutero, l'uomo non ha bisogno di chiese e

organi intermediari tra sé e Dio, ma è in grado da solo di accedere ai

contenuti della Bibbia essendo l'unico sacerdote di se stesso,
come si concilia questa supposta autonomia con la sua assoluta incapacità

di scelta in ambito morale?
Questi furono alcuni dei punti toccati da Erasmo nella polemica da lui

intrapresa, mirante a ribadire che il libero arbitrio è stato viziato ma non distrutto completamente dal peccato originale,
e che senza un minimo di libertà da parte dell'uomo la giustizia e

 la misericordia divina diventano prive di significato.

 Le opere


Erasmo dedicò la maggior parte dei suoi studi all'ambito religioso.

Tutte le sue opere, pubblicate in latino,
furono rapidamente tradotte nelle lingue moderne.
Illustrazione della Bibbia di Lutero, che include la traduzione del

 Nuovo Testamento di Erasmo
Il lavoro sul testo del Nuovo Testamento
Durante il proprio soggiorno inglese Erasmo iniziò l’esame sistematico

dei manoscritti del Nuovo Testamento –
anche quelli scoperti di recente o che, in quel periodo, giungevano

dalla Grecia dopo la fine dell'Impero bizantino –
al fine di prepararne una nuova edizione e una traduzione latina.
Le traduzioni dei testi sacri (spesso a senso, senza la maturità filologica

degli umanisti italiani guidati da Lorenzo Valla)
forgiarono la sua vasta cultura umanistica e lo indussero a contrapporre

la cultura teologica vista come forgiatrice
di letterati alla fede religiosa che definiva "creatrice di soldati di Cristo",
riprendendo il tema classico del miles christianus.
L’edizione del Nuovo Testamento sarebbe stata poi pubblicata da

Johann Froben a Basilea nel 1516.
Essa costituirà la base per la maggior parte degli studi scientifici sulla Bibbia

nel periodo della Riforma, e sarà utilizzata dallo stesso Lutero per la sua

 traduzione tedesca della Bibbia.
Erasmo pubblicò pure un’edizione critica del testo greco nel 1516,
Novum Instrumentum omne, diligenter ab Erasmo Rot. Recognitum et Emendatum

con traduzione latina e annotazioni.
La terza edizione servirà ai traduttori della versione inglese della Bibbia detta

"di Re Giacomo". Il testo divenne in seguito noto come Textus Receptus.
Erasmo avrebbe pubblicato in seguito altre tre versioni

nel 1522, 1527 e 1535, dedicando l'opera a papa Leone X,
quale patrono della cultura. Erasmo considerava il proprio lavoro come

 un servizio alla cristianità.
Alcuni hanno sollevato critiche in quanto all'accuratezza del

Textus Receptus.
Uno dei motivi è che Erasmo aveva potuto consultare solo un pugno

di manoscritti greci e di tarda origine.
Inoltre asseriscono che Erasmo fece il suo lavoro in fretta.
Egli stesso ammise che la sua edizione era stata

“fatta in fretta anziché redatta”.
Malgrado questi aspetti sfavorevoli delle edizioni di Erasmo,

che si applicarono quasi con ugual forza
al Textus Receptus, questo testo rimase la norma per più di duecento anni.
Fra i primi a produrre testi basandosi su maggiore rigore ci furono gli

eruditi tedeschi Johann Jakob Griesbach e Lachmann.
 

 Gli altri scritti


Tra le altre opere Adagia (1500), Manuale del milite cristiano (1503),

Institutio principis christiani (1516),
Colloquia familiaria (1522). Questi lavori che riportavano

 i testi alle fonti originarie lo fecero considerare
come il padre della Riforma protestante. Egli comunque, pur condividendo

 la necessità di un rinnovamento in ambito ecclesiastico, rimase sempre cattolico,

 e si oppose anzi duramente al protestantesimo di Martin Lutero.
Un'altra opera va annoverata tra gli scritti del grande umanista:

il dialogo satirico Iulius exclusus e coelis,
composto durante il periodo successivo alla morte del papa-soldato
Giulio II e in particolare tra la fine del 1513 - inizi del '14

 (gli anni del soggiorno di Erasmo a Cambridge).
L'opera è un vivace scambio di battute tra San Pietro e un arrogante
Papa Giulio che pretende di entrare in Paradiso con uno stuolo di

 rozzi combattenti morti "in nome della fede"
durante le campagne belliche promosse dal defunto pontefice.

 Dell'opera, pubblicata anonima,
Erasmo ha sempre negato la paternità, per motivi probabilmente legati

alla sua immagine di fronte al neo pontefice Leone X,
che sembrava dare adito a quella riforma all'interno della Chiesa da sempre

caldeggiata dall'umanista.
La critica è comunque da tempo concorde che sia uscita dalla colta penna

di Erasmo, il nome che subito era stato suggerito anche dai contemporanei.

Un viaggio davvero pauroso di Erasmo,
è basato sull'argomento della follia. Erasmo crede che i pazzi sono quelli

che sanno osservare la realtà da prospettive diverse,
un'altra realtà, scavalcando tutti i canoni razionali della ragione;

 però cari lor signori, vi lascio e vi abbandono,
pensando ancora a Erasmo che ivi entrò ove voi foste irrazionali

esaminando sia pazzi che normali,
in ogni dove nella mente umana, pensandola e vedendola sia come pazza

sia come sana.
Le sue critiche agli errori delle autorità ecclesiastiche e

 alla superstizione lo esposero all'accusa di essere luterano
anche da ambienti cattolici, ma Erasmo rifiutò sempre quest'accusa.
Per far fronte agli attacchi che gli venivano mossi,

 illustrò la sua posizione teologica con l'opera De libero arbitrio (1524),
che conteneva una brillante critica a Martin Lutero

 (che a sua volta gli rispose con il De servo arbitrio).
L’ultima opera di Erasmo fu la Preparazione alla morte, nella quale assicura

che una vita onesta è la condicio
sine qua non per raggiungere una morte felice.

Erasmo e la Controriforma

Erasmo godette di ampio prestigio nella prima metà del XVI secolo e

gli venne anche offerto dal papa
il cappello cardinalizio, che rifiutò. Dopo la sua morte,

nel periodo successivo al Concilio di Trento,
nella fase della Controriforma, la sua libertà intellettuale venne guardata

con sospetto e le sue opere vennero incluse nell'Indice dei libri proibiti,

 ma la sua battaglia contro l'ignoranza e
la superstizione era motivata esclusivamente dalle sue convinzioni umanistiche e

 non da critiche alla fede.
Come testimonia il suo rifarsi ad alcuni movimenti innovatori

quali la Devotio moderna, infatti, egli intendeva professare una riforma spirituale

e dei costumi, e non una riforma teologica.