Alberico da Barbiano (detto "Il Grande")


(Barbiano di Cotignola, 1349 – Castello di Pieve del Vescovo, 26 aprile 1409)
è stato un condottiero italiano, celebre capitano di ventura e conte di Cunio.
Soprannome Il Grande Nato a Barbiano Morto a Castello di Pieve del Vescovo
Cause della morte Nefrite Luogo di sepoltura Castello di Pieve del Vescovo
Religione cattolica
 

INDICE

 Biografia L'infanzia
 Le prime battaglie: la Compagnia di San Giorgio
 Al servizio del Papa: la battaglia di Marino
 Al soldo dei Visconti
 La morte del fratello Giovanni e la guerra ai Manfredi
 Ultimi anni
 Discendenza

 La famiglia
 La cacciata dalla Romagna
 Il Palio
 Note
 

BIOGRAFIA L'INFANZIA

Alberico, figlio di Alidosio I, discendente di un'antica famiglia imolese
di origine carolingia, i Da Barbiano, conti di Cunio e signori di Barbiano,
Lugo e Zagonara, nacque a Barbiano nel 1349.
Sin da ragazzo mostrò un temperamento "infaticabile,
senza paura e pieno di amor di gloria" che lo portò ben presto a tralasciare
gli studi per porsi al servizio di Giovanni Acuto; narra infatti un aneddoto che,
dopo esser stato sconfitto dal fratello Giovanni mentre si esercitavano con la spada,
egli giurò di lasciarsi morire di fame rifiutando ogni tipo di cibo piuttosto
che sopravvivere ad un tale disonore, che venne riscattato in seguito ad un successivo incontro.

 

LE PRIME BATTAGLIE:

LA COMPAGNIA DI S.GIORGIO
 

Nel 1365, sedicenne, Alberico e la sua famiglia entrarono in conflitto
con i Visconti per il possesso di Zagonara: la disputa ebbe termine con
l'intervento del rettore pontificio della Romagna, Daniele del Carretto.

Nel 1375 affiancò Giovanni Acuto nella guerra degli Otto Santi contro i fiorentini
e un anno più tardi partecipò all'eccidio di Faenza. Nel 1377,
dopo la distruzione di Cesena (avvenuta il 1º febbraio),
Barnabò Visconti lo prese a proprio servizio, come aveva fatto in precedenza col padre.

L'anno seguente Alberico fondò la sua Compagnia di San Giorgio (1378),
disgustato dalle razzie e dalle stragi compiute dai capitani di ventura stranieri:
essa, infatti, divenne la prima compagnia di ventura interamente composta da miliziani italiani;
la prima battaglia a cui partecipò la compagnia fu quella tra Visconti e gli Scaligeri,
alleati con i Carraresi.

Dalla compagnia emersero in seguito molti condottieri famosi come Ugolotto Biancardo,
Jacopo dal Verme, Facino Cane, Ottobono Terzi, Braccio da Montone,
Ceccolino da Michelotti e Giacomo Attendolo.

Inoltre, sempre in questi anni, egli si preoccupò di innovare l’arte guerriera
modificando le barde dei cavalli, rendendole delle vere e proprie coperte d'acciaio
lunghe fino alle ginocchia del quadrupede e ideando nuove tecniche di carica e munendo
il muso del destriero di uno spuntone che all'occorrenza diveniva
micidiale nell’assalto; aggiunse, inoltre, la ventaglia ed il collare all’elmo del
cavaliere per proteggerne il collo.

 

Al servizio del Papa: la battaglia di Marino

Lo spirito battagliero di Alberico e la potenza della sua compagnia ebbero
subito una grande fama su tutta la penisola: quando le milizie mercenarie
bretoni dell'Antipapa Clemente VII scesero in Italia intenzionate a deporre
Papa Urbano VI, egli rispose prontamente alla chiamata di aiuto da parte del
pontefice e di Caterina da Siena. Nella battaglia di Marino (1379) sconfisse
le milizie bretoni e guascone comandate da Giovanni di Maléstroit,
Luigi di Montjoie e Bernardo della Sala, sbaragliando le truppe avversarie
in poco meno di 5 ore: verso sera egli entrò trionfante a Roma acclamato da
una moltitudine di persone; il Papa, recatosi incontro al vincitore a piedi nudi,
lo nominò "Cavaliere di Cristo" e gli conferì solennemente nella
Basilica di San Pietro un grande stendardo bianco attraversato da una croce rossa,
riportante il motto dorato "LI-IT-AB-EXT" ("Italia ab exteris liberata").
Venne inoltre nominato senatore dello Stato della Chiesa.[4]

In seguito alla vittoria Santa Caterina scrisse una lettera ad Alberico per
esortarlo a rimanere schierato col pontefice:
« Al nome di Gesù Crocefisso e Maria dolce. Confortatevi, confortatevi in Cristo,
dolce Gesù, tenendo dinanzi a voi il sangue sparso con tanto fuoco di amore,
stante nel campo col gonfalone della santissima Croce.
Pensate che il sangue di questi gloriosissimi martiri sempre guida al cospetto di Dio,
chiedendo sopra di voi l'aiutorio suo. Pensate che questa terra [Roma] è il giardino di Cristo
benedetto ed il principio della nostra fede e però ciascuno, per se medesimo,
ci debbe essere inanimato »


(Niccolò Tommaseo, lettera di Santa Caterina n. 219)

Sconfitti i bretoni, giunse in aiuto di Carlo di Durazzo (1380), al quale era stato
sottratto il legittimo trono dalla regina Giovanna, schieratasi dalla parte dei bretoni
per paura di essere deposta; nello scontro egli sconfisse lo stesso Giovanni Acuto
dal quale aveva appreso l'arte militare. Per riconoscenza, Carlo III
lo nominò "Maximus Conestabilis regni Siciliae".

Nel 1385 liberò, assieme al fratello Giovanni, la natìa Barbiano occupata
dalle truppe bolognesi di Giacomo Boccadiferro in seguito alla morte di Alidosio.

 

Al soldo dei Visconti

Nel 1392 Alberico fu sconfitto e venne fatto prigioniero presso Ascoli da Luigi I d'Angiò,
intenzionato anch'egli, come i bretoni, a deporre il pontefice.
Il condottiero fu riscattato, per la somma di 3.000 fiorini, da Gian Galeazzo Visconti,
il quale lo accolse poi nella sua compagnia (24 aprile 1392).

Sotto le insegne milanesi, Alberico entrò a Firenze nel 1397 assieme al fratello
Giovanni da Barbiano, saccheggiando e devastando la città.
Subito dopo venne richiamato in Lombardia dal Visconti, deciso a sbaragliare una
volta per tutte le truppe del Gonzaga alleato dei fiorentini;
assieme a Jacopo del Verme sbaragliò le truppe del duca Francesco Gonzaga
presso Borgoforte, ma all'ultimo momento, poco prima della battaglia decisiva,
Gian Galeazzo Visconti firmò un armistizio con la potente famiglia mantovana.

Licenziatosi dall'incarico visconteo, Alberico ricevette la chiamata d'aiuto
dal re di Napoli Ladislao I, assediato nuovamente dai francesi,
guidati questa volta da Luigi II d'Angiò, il quale venne sconfitto
dopo ripetute battaglie presso Afragola.

 

La morte del fratello Giovanni e la guerra ai Manfredi

Nel 1399, mentre si trova nel Regno di Napoli, Alberico riceve la notizia
della morte del fratello Giovanni, impiccato in piazza a Bologna per crimini di razzia e strage.
Alberico dichiara guerra al faentino Astorre Manfredi, responsabile dell'esecuzione del fratello,
attaccando Faenza nell'ottobre dello stesso anno e conducendo
un lungo assedio alla città assieme a Pino Ordellaffi.

Nel 1401 si allea a Giovanni I Bentivoglio, signore di Bologna,
il quale però si accorda in segreto con il Manfredi,
costringendo Alberico a liberare l'assedio alla città romagnola.

Adirato dal tradimento, invase il Bolognese e cominciò una lunga guerra
contro il Bentivoglio e Astorre Manfredi,
il quale nel 1404 fu costretto alla resa e a cedere Faenza al card.
Baldassarre Cossa, legato pontificio di Bologna, per 25.000 fiorini.

Nel 1405, Alberico attaccò un carico di grano acquistato dal cardinale Cossa
diretto a Bologna; quest'atto gli costò il titolo di senatore dello stato pontificio,
revocato per scomunica emanata da Papa Innocenzo VII.

 

Ultimi anni

Non passò molto tempo che Alberico apprese la notizia di una nuova rivolta,
questa volta in patria: il figlio Manfredo, signore di Lugo aveva dichiarato
guerra al fratello ribelle Lodovico, signore di Zagonara, schieratosi assieme al card.
Cossa, divenuto suo acerrimo nemico, ed intenzionato ad occupare la città.

Alberico non fece mai ritorno nella sua Romagna;
morì di nefrite a Castello di Pieve del Vescovo, presso Perugia,
il 26 aprile 1409.

Discendenza

La famiglia

Alberico ebbe due mogli, ma soltanto dalla seconda,
Beatrice da Polenta (sposata nel 1380), egli ebbe una prole:
tre figli, Lodovico, Manfredo e Lippa, ed una figlia, Giovanna.
Di Beatrice da Polenta, come più in generale della famiglia Da Polenta,
abbiamo notizie piuttosto scarse, nonostante il medioevo sia un periodo
più ricco di fonti sui vari personaggi rispetto ai periodi precedenti;
della prima moglie, invece, non si ha nessun cenno.

 

La cacciata dalla Romagna

Nel 1431 la famiglia da Barbiano, retta da Alberico II (figlio di Lodovico)
fu cacciata dalle milizie milanesi da Lugo e costretta a lasciare la Romagna
per trasferirsi in Lombardia, dove divenenne feudataria di Belgioioso.

Nel 1514 Carlo da Barbiano abbinò il nome del borgo al proprio cognome e
sotto la dicitura “Barbiano di Belgioioso” la famiglia fu iscritta nel 1566
nel patriziato milanese, oltre che insignita del titolo di “Grandi di Spagna”
e di "Principi" poi (1796).

 

Il Palio

Ogni anno alla fine di maggio si svolge il Palio di Alberico,
una festa nella quale i quattro rioni del suo borgo, dopo una lunga sfilata per
le vie del paese in abiti medievali, si affrontano in un torneo di tiro alla fune
per vincere l'ambito trofeo rappresentato dalla riproduzione del suo elmo e del vessillo papale.
 

NOTE
1. Nel Medioevo non esistevano i cognomi, il cognome era spesso composto dalla preposizione
più il luogo di provenienza o di nascita: "da Barbiano" è infatti il cognome assunto
dalla famiglia dopo essersi trasferita nel borgo successivamente alla distruzione di Cunio,
dei quali mantennero solo il titolo di "conti".
 

 ASCENDENTI DELLA FAMIGLIA


La famiglia patrizia romagnola dei Conti da Barbiano vanta discendenze tra i
Carolingi, ed era imparentata con i signori di Carrara, Ravenna e Faenza,
possedevano domini feudali a Conio e Lugo.
Alberico figlio d'Aldisio
nasce intorno al 1344, apprese l'arte militare nella compagnia di ventura
dell'inglese (John Hawkwood) italianato in "Giovanni Acuto" Hawkwood,
nato nella contea dell'Essex verso il 1320 aveva fatto le prime esperienze
militari nella guerra dei cento anni, chiamato in Italia dal marchese del
Monferrato nel 1361 s'unì alla "compagnia bianca" dello Stern, poi si
organizzo in proprio, dando un'impostazione militare ed economica alla sua
compagnia, chiamata "compagnia santa" ma che di santo aveva ben poco.Con
l'effettivo di 1200 "lance" che costituivano un nucleo di cavalleria e
sostituivano "la barbuta" formata da tre uomini: un "capo lancia" o
"caporale", uno "scudiero" che montavano cavalli da battaglia, ed un ragazzo
su di un ronzino.Cinque lance formavano una "posta" e cinque poste una
"bandiera", al soldo del cardinale Roberto di Ginevra fu un "Attila", e la sua
compagnia al servizio del papa con la strage di Faenza e di Cesena, fece
inorridire l'Italia d'allora.Alberico con questa compagnia partecipò a
quegli eccidi, e dopo quei fatti ebbe un senso di rimorso, abbandonò la
compagnia dell'Acuto, giurando di costituire una compagnia di soli italiani, è
sostanzialmente vero che con Alberico, le compagnie di ventura straniere
entrarono in crisi, e non trovarono più condotte in Italia.Alberico
riuscì a dare una perfetta organizzazione militare alla sua compagnia, che fu
alta scuola per una serie d'altri condottieri quali: Jacopo dal Verme, Facino
Cane, Braccio da Montone e Muzio Attendolo (padre di Francesco Sforza futuro
duca di Milano).Il primo rinnovamento fu nella cavalleria, che
acquistò una maggiore carica offensiva con attacchi rapidi e violenti,
modificò le armature e perfezionò le armi d'offesa, aggiunse all'elmo del
cavaliere la visiera, e volle speciali collari di ferro per proteggere il
collo del cavaliere.Coprì di lastre d'acciaio i cavalli fino alle
ginocchia, armando la (testa ferrata) di uno spuntone che diveniva micidiale
in una carica frontale sul nemico, una rigida disciplina e un addestramento
duro, forgiavano uomini decisi e pronti, dalle duecento lance iniziali si
passò a quattromila, ogni nuovo venuto seguiva un addestramento particolare.
Prestava poi giuramento al santo protettore della compagnia "S.
Giorgio".La compagnia di San Giorgio fece la sua prima condotta nel
1378, al servizio di Bernabò Visconti contro gli Scaligeri alleati con i
Carraresi, il 21 aprile 1379 papa Urbano VI emanò la bolla contro Giovanna
regina di Napoli, che sosteneva l'antipapa Clemente VII (Roberto di Ginevra)
il boia di Cesena.Il papa chiamò Alberico il quale accorse, si portò a
Roma dove riceve dal pontefice il vessillo benedetto, affronta vicino Roma i
Bretoni dell'antipapa comandati da Bernardo della Sala, il 29 giugno del
1379  li travolge dopo cinque ore di battaglia. Alberico vincitore
ritorna a Roma, Clemente VII e i Cardinali scismatici riparano ad
Avignone.Urbano VI celebra una gran festa, che culmina in una solenne
processione di ringraziamento da S. Maria in Trastevere fino a S. Pietro e
nomina Alberico (Cavaliere di Cristo).Una volta sistemato l'antipapa
Urbano II, vuole dare una bella lezione alla regina di Napoli, e al suo
consorte Ottone di Brunswik, offre il trono di Napoli a Carlo di Durazzo
figlio del re d'Ungheria; Carlo accetta e arriva con i suoi temibili ungari a
Treviso.Alberico è incaricato d'aprigli la strada attraverso la Toscana e
l'Umbria, lo fa con prontezza in una serie di scontri vittoriosi con Giovanni
Acuto, (l'antico maestro). Giovanna da parte sua nomina sua erede il conte
d'Angiò fratello del re di Francia.Carlo è incoronato a Roma con il
nome di Carlo III, mentre Alberico sconfigge il 18 giugno 1381 l'esercito
d'Ottone e Giovanna si rifugia a Castel Nuovo, Alberico e Carlo entrano a
Napoli, e mettono il castello sotto assedio, Giovanna s'arrende il 20 agosto,
trasferita in Abruzzo e rinchiusa nel castello di Muro, viene poi assassinata
dai sicari del nuovo re il 27 luglio 1382.Alberico è nominato gran
connestabile, ma il bello viene ora, bisogna difendere il regno dalle truppe
di Luigi d'Angiò, che s'era presentato in Italia con 40.000 uomini. Alberico
si porta in Romagna e riesce a difendere Forlì e Cesena, ma il grosso
dell'esercito angioino si porta a Napoli e sconfigge Carlo III a
Campobasso.Non è uno scontro decisivo, Alberico suggerisce d'aspettare che
le forze nemiche, prive di un adeguato rifornimento si sgretolino, ed ebbe
ragione anche grazie ad una pestilenza, dove perse la vita, lo stesso Luigi
d'Angiò, è decimò il suo esercito.Urbano VI non nasconde le sue mire
sul regno di Napoli, e da Nocera dove si trova con la sua curia, lancia
"L'interdetto" sulla città di Napoli, il "Cavaliere di Cristo" diviene il
diavolo in persona, perchè difende il suo re e cinge d'assedio il papa a
Nocera.Il pontefice riesce ad abbandonare Nocera grazie all'intervento di
Raimondello Orsini, Alberico occupa la città e cattura il nipote del papa
Francesco Butillo.Per Alberico la morte di Carlo III, per mano di
sicari il 24 febbraio 1386 non cambia nulla, fedele alla sua carica sostiene
la causa di Ladislao, figlio di Carlo contro Luigi II d'Angiò spalleggiato dal
papa.Con la morte del pontefice, il nuovo papa Bonifacio IX si
riconcilia con Ladislao, e l'incorona re a Napoli.Nel 1390 Luigi II
d'Angiò appoggiato dall'antipapa, ricomincia una nuova guerra per il possesso
del regno di Napoli, Alberico è sconfitto per la prima volta, e catturato
prigioniero il 10 aprile 1392 presso Ascoli.A toglierlo dalla guerra e
dalla prigionia ci pensa Gian Galeazzo Visconti, che in guerra con Firenze,
Bologna e Mantova ha bisogno di valenti capitani, lo riscatta pagando una
"cauzione" di 3.000 fiorini d'oro, e la promessa da parte d'Alberico
di non combattere più gli angioini per almeno dieci anni.Alberico
assume il nuovo incarico con entusiasmo, con lui il fratello Giovanni, molto
diverso pronto a darsi al miglior offerente, che caduto in un'imboscata a
Vignola, catturato dai bolognesi e in seguito decapitato, su istigazione
d'Astorre Manfredi.Alberico vuole vendetta ma gli avvenimenti politici
glie l'impediscono, ora il Visconti è alleato con Giovanni Bentivoglio signore
di Bologna.Ottenuta una bella vittoria a Borgoforte nell'ottobre del
1397, Alberico abbatteva tutte le fortezze mantovane, e si portava a Mantova
per l'attacco finale, lo fermò il Visconti che aveva concluso con Francesco
Gonzaga una tregua di dieci anni.Bisogna pensare all'esercito di
Roberto di Baviera, agli ordini di Francesco da Carrara alleato di Firenze, il
26 giugno 1402 Alberico riportava una splendida vittoria a Casalecchio,
sconfiggendo l'esercito di Firenze e Bologna, comandato da Muzio Attendolo già
suo allievo, due giorni dopo i bolognesi assassinarono il Bentivoglio, e la
città passa ai Visconti.Dopo pochi mesi Gian Galeazzo morì di peste
nel castello di Melegnano, gli succedeva il primogenito Gian Maria, reggente
la vedova Caterina, con l'aiuto di un consiglio formato da diciassette
personalità del ducato, tra cui lo stesso Alberico, ma gli intrighi di corte
non erano per lui, e nel gennaio del 1403 abbandona Milano.Napoli lo
richiama, Ladislao ha nei suoi progetti una gran campagna militare in Umbria e
Toscana, Alberico conduce le pratiche per un'alleanza con Antonio da
Montefeltro, e rimane ad Urbino preparando l'esercito.Nella primavera del
1409 muore durante il viaggio, per incontrare il suo re a Città della
Pieve.S'era sposato giovane con Beatrice da Polenta di Ravenna, che gli
avrebbe dato due figli Manfredo e Ludovico.L'azione di ventura
d'Alberico, finì ugualmente col concretarsi in una dinastia signorile, suo
figlio Ludovico nel 1411 fu creato Conte di Lugo dal Papa Giovanni XXIII, e
per altri vent'anni i da Barbiano ebbero la loro contea, quando il figlio di
Ludovico, Alberico II fu cacciato da Lugo, i da Barbiano lasciarono
definitivamente la Romagna e si trasferirono in Lombardia, dove divennero
feudatari di Belgioioso. (Pavia)Nel 1514 Carlo da Barbiano, aggiunse
al suo cognome quello del borgo, divenendo Barbiano-Belgioioso, nel 1566 i
Barbiano-Belgioioso furono inseriti nel patriziato milanese, ed in seguito del
titolo di "Grandi di Spagna".Il feudo passo poi ai duchi Melzi d'Eril, e
nel 1757 Alberico XII Barbiano-Belgioioso, con le nozze con la marchesa Anna
Ricciarda d'Este, riunì dopo duecento anni il feudo al vicariato.Se il
castello si deve ai Visconti, la città di Belgioioso si deve ai da Barbiano.
Avendo bisogno di manodopera per coltivare i loro possedimenti.Favorirono
in ogni modo l'immigrazione, costruendo case coloniche, cedendo terre in
affitto, concedendo esenzioni tributarie e protezioni, giunsero così molti
contadini dai borghi vicini, numerosi dai siti sulle rive del Po, vittime
delle periodiche piene del fiume.Nel 1446 gli abitanti erano 50,
mentre nel 1575 erano divenuti circa mille, aumentando gradualmente nel corso
dei secoli, sotto la stimolo dei da Barbiano il luogo assunse una veste sempre
più importante, sino a divenire una cittadina.Oggi il castello ospita
convegni e mostre d'alto livello, fa parte dell'ente "fiere castelli di
Belgioioso e di Sartirana".
 

Negli anni trenta l'Italia ricordò
Alberico, costruendo una nave che portò il suo nome.Incrociatori Leggeri.
Classe Condottieri: Alberto da Giussano, Alberico da Barbiano Bartolomeo
Colleoni, Giovanni dalle bande Nere. Le quattro navi furono affondate, durante
il secondo conflitto mondiale. L'Alberto da Giussano e l'Alberico da Barbiano
affondarono il 13 dicembre 1941 a capo Bon.