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Indice
 


-Biografia
-Erede di Wycliff
-Il mercato delle indulgenze
-L'appello a Cristo
-Il Concilio di Costanza
-Il processo
-Le accuse contro Jan Hus
-La sentenza
-Il rogo
-Il pensiero di Hus
-La verità
-L'influsso di Wyclif
-Il De ecclesia

 

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 Biografia


Giovane studente povero, giunse a Praga nel 1390 per studiare all'Università,

dove erano vivi i fermenti del movimento riformatore boemo -

fondato vent'anni prima fuori dell'Università ma oggetto di una repressione che aveva portato alla

 chiusura della scuola dei predicatori aperta dallo stesso Milic nel 1372 - che si proponeva

 il rinnovamento della chiesa attraverso il ritorno a un pauperistico cristianesimo primitivo e all'attesa

del prossimo Nuovo Regno. Milic, che aveva individuato nell'eccessiva ricchezza accumulata

dalla chiesa avignonese e romana una delle cause più importanti del decadimento dei costumi ecclesiastici,

 aveva inutilmente cercato di premere sulle gerarchie; sospettato di eresia e convocato ad Avignone

 per essere esaminato, vi era morto nel 1374.

La sua dottrina fece proseliti e nel maggio del 1391 fu fondata a Praga la Cappella di Betlemme,

 una nuova scuola ove si predicava in lingua boema e si ospitavano studenti universitari.
Nel 1393 Hus ottiene il baccellierato in filosofia, nel 1395 si laurea magister in artibus e nel 1398 inizia

a insegnare Filosofia nella stessa Università praghese; ordinato sacerdote nel 1400,

continua a studiare Teologia con Stanislao da Znojmo e dal marzo del 1402 predica per la prima volta nella

 "Cappella di Betlemme". È un suo avversario, l'agostiniano norimberghese Oswald Reinlein,

a lasciare una testimonianza della sua attività:

«Le sue prediche erano frequentate dalla quasi totalità della popolazione praghese;

nella Cappella di Betlemme egli predicava due volte nei giorni festivi e ancora due volte

nel periodo di Quaresima. In tutti gli altri giorni teneva due lezioni e tre discorsi la domenica.

Per i poveri che gli venivano raccomandati Hus chiedeva elemosine ai suoi conoscenti;

 usava invitare a tavola i maestri e ricevere con amore e bontà ogni visitatore».
Nei primi anni Hus si limitò a riportare quanto contenuto nelle Sacre Scritture ma in breve cominciò,

 nelle sue prediche, a richiedere una riforma dei costumi ecclesiastici.

John Wyclif


 

 

Hus conobbe le opere di Wyclif (ca 1329 - 1384) verso il 1398.

Il doctor evangelicus inglese considerava la gerarchia ecclesiastica romana

 profondamente corrotta e, non avendo alcuna fiducia nelle possibilità di

 autoriforma delle autorità ecclesiastiche,

sperava che una riforma della Chiesa si potesse ottenere attraverso

un'iniziativa dei governi; condannato nel Concilio di Londra del 1382,

i suoi scritti furono proibiti anche dall'Università di Praga nel 1403.
Jan Hus concordava pressoché in tutto con Wycliff

(tranne che al riguardo della dottrina eucaristica,

ove manteneva l'opinione ortodossa della transustanziazione) e,

più ancora, vi concordavano i riformatori boemi,

Stanislao da Znojmo e Stefano Pálec i quali infatti,

convocati a Bologna per discolparsi del loro appoggio

 all'eresia wyclifiana,  furono incarcerati e percossi su ordine

del cardinale Baldassarre Cossa, futuro papa, ma poi considerato antipapa,

 Giovanni XXIII. Dopo quell'esperienza,

 il Pálec rientrò prontamente nei ranghi dell'ortodossia romana e divenne poi

uno degli accusatori di Hus.
La chiesa era allora divisa dallo Scisma d'Occidente, con un papa,

 Benedetto XIII, ad Avignone e un altro, Gregorio XII, a Roma, eletto nel 1406.

 Per porre termine alla scissione, alcuni cardinali delle due fazioni

avevano progettato di indire un concilio a Pisa che eleggesse

 di comune accordo un nuovo papa, ponendo termine alla divisione.
Di fronte alla scissione, Hus era favorevole a mantenere

una posizione di neutralità, in attesa che il futuro concilio

dirimesse lo scisma. Analogo atteggiamento fu deciso

dal re boemo Venceslao IV, diversamente dall'arcivescovo di

Praga Zajíc Zbynek, che insisteva sulla necessità di obbedire

al papa di Roma. Sospettando in Hus un seguace di Wyclif,

 l'arcivescovo costituì una commissione, presieduta dall'inquisitore

Maurizio Rvacka, incaricata di valutarne l'ortodossia.
Intanto, una riforma dell'amministrazione dell'Università di Praga,

 decisa da re Venceslao, rovesciava la norma vigente fino ad allora,

 in cui fra gli elementi nazionali lì rappresentati, quello tedesco aveva diritto a

tre voti e ogni altro ad uno, attribuendo ora tre voti all'elemento

nazionale boemo e uno a ciascun altro. In seguito a questa riforma,

nel maggio 1409 i docenti e gli studenti tedeschi abbandonarono

Praga per stabilirsi soprattutto a Lipsia, dove fu fondata una nuova Università,

 mentre a ottobre, grazie ai nuovi statuti, il boemo Hus poté essere eletto

rettore dell'Università di Praga.
 

 

 

 

 

Predica di Hus nella Cappella di Betlemme

 

Predica di Hus nella Cappella di Betlemme

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
Il concilio di Pisa si era intanto concluso il 26 giugno 1409 con l'elezione

di un nuovo papa, Alessandro V, non riconosciuto però da tutta la cristianità,

 cosicché ora risultavano in carica ben tre papi. A dicembre,

Alessandro V firmava la bolla che, dopo aver nuovamente condannato gli scritti

di Wyclif, autorizzava l'arcivescovo praghese a vietare a Hus di predicare,

 notifica comunicatagli solo nel giugno 1410, quando Alessandro V era già morto e

gli era succeduto Giovanni XXIII
Hus decise di non obbedire e di appellarsi al papa;

si rivolge ai fedeli nella Cappella di Betlemme: «Il defunto papa,

di cui non saprei dirvi se si trova in paradiso o all'inferno,

scriveva nelle sue pergamene contro gli scritti di Wyclif in cui vi sono pure

molte cose buone. Io ho presentato appello e mi appellerò nuovamente [...]

Io devo predicare anche se un giorno dovessi lasciare il paese o morire in carcere.

Poiché i papi possono mentire ma il Signore non mente».
Convocato a Roma per giustificare la propria posizione,

 Hus rifiuta e ha la protezione del re che, ambendo alla carica imperiale,

 vuole risolvere la disputa teologica per mostrare la propria autorità tanto

nei problemi civili che in quelli religiosi.

L'arcivescovo Zbynek bandisce invano Hus il 15 marzo 1411 e

 altrettanto vanamente lancia l'interdetto su Praga l'8 giugno:

re Venceslao affida a un collegio arbitrale la disputa tra l'arcivescovo e Hus e

 l'arbitrato stabilisce che il bando e l'interdetto siano rimessi e

che Hus non sia tenuto a presentarsi a Roma.
 

 Il mercato delle indulgenze


Intanto Giovanni XXIII, aveva proclamato la "guerra santa" contro Ladislao,

 re di Napoli, sostenitore di Gregorio XII, e iniziato la raccolta dei fondi

necessari alla guerra mediante la vendita delle indulgenze,

ossia la remissione delle pene temporali in cambio di denaro.

 Anche il re boemo appoggia l'iniziativa papale, dal momento che una

percentuale del ricavato sarebbe finita nelle casse statali.
Le proteste di Hus, che dichiara che ogni guerra santa non possa

corrispondere al messaggio evangelico, di Girolamo da Praga e

di molti cittadini furono represse; lo stesso Stefano Pálec,

ora dottore in teologia dell'Università, esortò il re a soffocare la protesta;

 tre giovani furono condannati e decapitati.
Hus si spinge oltre: sostiene la tesi di Wyclif secondo la quale

un predicatore possa predicare senza il permesso del vescovo,

dal momento che il dovere di annunziare il Vangelo è

un comandamento di Cristo. Scomunicato alla fine di luglio 1412,

il cardinale Pietro degli Stefaneschi, che presiede il processo ordinato

dalla Curia romana, ne ordina l'arresto e la demolizione della

Cappella di Betlemme; il cardinale Giovanni di Lisbona reca a Praga l'atto di

 scomunica, promulgato nel sinodo della diocesi praghese il 18 ottobre 1412.

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 L'appello a Cristo

 

Il ponte Carlo a Praga
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La casa di Costanza che ospitò Hus nel novembre 1414
 

 

 

 

 

 

 

Il Concilio di Costanza


In risposta, Hus aveva già esposto, il 12 ottobre, sul ponte di Praga,

 nei pressi del palazzo arcivescovile, il suo "appello a Cristo",

 rivolto da  «Jan Hus da Husinec, maestro e baccelliere formato in teologia

 presso la illustre Università di Praga, sacerdote e predicatore

titolare della Cappella detta di Betlemme [...] a Gesù Cristo,

giudice equo il quale conosce, protegge, giudica, rivela e corona

immancabilmente la giusta causa di ognuno».
Sottolinea la legittimità del suo ricorso «per l'ingiusta sentenza e la

scomunica comminatami dai pontefici, scribi, farisei,

 e giudici insediatisi sulla cattedra di Mosè [...] come il santo e

grande patriarca di Costantinopoli Giovanni Crisostomo presentò ricorso

 alla sentenza di due Concili di vescovi e chierici e così come i vescovi,

spero beati, Andrea di Praga e Roberto di Lincoln, presentarono ricorso contro

la sentenza del papa [...]».
Ricorda che, convocato, non si presentò a Roma perché

«Lungo la strada mi erano tese ovunque insidie e il pericolo corso da altri

 mi rese prudente» citando il trattamento riservato a Bologna ai suoi procuratori

Stanislao da Znojmo e Stefano Pálec, e menziona il concordato raggiunto

con l'arcivescovo di Praga Zbynek, al quale «non era noto in tutto il

 regno di Boemia un solo eretico e nemmeno nella città di Praga e

 nel Margraviato di Moravia».
Conclude come, a suo avviso, «tutte le antiche leggi divine

 dell'Antico e del Nuovo Testamento, nonché le leggi canoniche

 dispongono che i giudici devono visitare i luoghi dove si dice che sia stato

commesso un delitto ed ivi esaminare l'accusa fatta [...] devono rivolgersi

 a quelli che conoscono la condotta dell'accusato che non siano malevoli né

gelosi verso di lui [...] poiché l'incolpato o accusato deve avere sicuro e libero

accesso al luogo di giustizia e il giudice, come i testimoni, non devono essere

suoi nemici: è dunque evidente che non sussistevano queste condizioni per farmi comparire in giudizio».

 Il Concilio di Costanza


All'ordine del re di non predicare, in un primo momento obbedisce

 ma qualche settimana dopo riprende le sue prediche

nei paesi della Boemia. Nel 1413 conclude quello che resta il suo scritto

più noto, il De ecclesia, e scrive Sulla simonia e la raccolta di

sermoni Postilla.
Dopo il fallimento del Concilio di Pisa nel 1409, il re d'Ungheria Sigismondo di Lussemburgo (che l'8 novembre 1414 sarebbe poi stato incoronato

Re dei Romani) convocò il 30 ottobre 1413 un nuovo concilio,

da tenersi a Costanza il 1º novembre 1414, che affrontasse il problema

dell'unità della Chiesa, eleggendo un nuovo papa, e che combattesse

 la corruzione ecclesiastica e ponesse fine alle dispute dottrinali,

 affrontando anche il caso Hus. A questo scopo Hus fu sollecitato a

raggiungere Costanza, con la garanzia dell'incolumità.

 Hus partì per Costanza l'11 ottobre, sostando a Norimberga,

 a Ulma e a Biberach, e giungendo nella città tedesca il 3 novembre.
Il 27 novembre, invitato a un incontro amichevole dai cardinali Pierre d'Ailly,

Ottone Colonna, prossimo papa Martino V,

Guillaume Fillastre e Francesco Zabarella, è da loro fatto subito arrestare e

incarcerare. In carcere, il 4 marzo 1415, termina di scrivere un opuscolo

dedicato al suo carceriere, il De matrimonio ad Robertum.
Il 20 marzo Giovanni XXIII sul quale erano insistenti le accuse di corruzione,

fugge da Costanza e viene dichiarato decaduto in quanto simoniaco,

mentre il secondo papa, Gregorio XII, si dimette spontaneamente;

 quanto al terzo papa, Benedetto XIII, sarà deposto dal concilio il 26 luglio 1417

come scismatico ed eretico.

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 Il processo

 

 

 

 

 

 

 

 

Il duomo di Costanza
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'interno del duomo di Costanza

Ad aprile giunge a Costanza il discepolo di Hus, Girolamo da Praga,

 per ottenere da Sigismondo la liberazione del suo maestro

 ma il Concilio risponde con un mandato di cattura; Girolamo fugge ma è

arrestato alla frontiera bavarese: sarà mandato al rogo il 30 maggio 1416.
Il 18 maggio 1415 viene intimato a Hus di ritrattare le sue affermazioni,

considerate eretiche; ottiene un'udienza pubblica, da tenersi il 5 giugno,

ove poter dimostrare l'ortodossia delle sue dottrine, ma gli viene impedito di parlare.

 Interrogato nei giorni successivi, alla presenza di Sigismondo,

dai cardinali Zabarella e d'Ailly, che gli contestano la sua tesi,

secondo la quale un re, un papa o un vescovo, che siano in peccato mortale,

decadono dalla loro carica e il suo dubbio della necessità di un capo visibile

della Chiesa, dal momento che solo Cristo è alla testa della comunità cristiana.

Risponde che con la deposizione di Giovanni XXII la Chiesa continua a essere

retta da Cristo e rifiuta di abiurare.

 Le accuse contro Jan Hus

Il 18 giugno 1415, il Concilio di Costanza ratificò un

elenco di 30 accuse contro Hus, proposizioni considerate eretiche tratte

da tre sue opere, il De ecclesia, soprattutto e dal Contra Stephanum Palec e

 il Contra Stanislaum de Znoyma, dandogli tempo due giorni per contestarle.

Si riportano le accuse e, in corsivo fra parentesi, le note di Hus:
 

1. Vi è una sola chiesa universale [intesa nel suo senso proprio,

 secondo Agostino], che è la totalità dei predestinati.

E poi prosegue: la santa chiesa universale [intesa nel suo senso proprio

 è solo una cioè, propriamente parlando, non è parte di un'altra],

dal momento che uno solo è il numero dei predestinati.
La frase è tratta dal De ecclesia. Qui e altrove,

per predestinati s'intendono gli eletti, coloro che si salveranno,

e per preconosciuti i dannati nell'ultimo giudizio. Con la sua precisazione,

Hus vuole escludere l'interpretazione, che gli si vorrebbe attribuire,

 di concepire la chiesa militante costituita solo da predestinati.
 

2. Paolo non è mai stato membro del diavolo

 (preconosciuto riguardo a una sua definitiva adesione),

benché abbia compiuto alcuni atti simili a quelli della chiesa dei malvagi.
 

3. I preconosciuti non sono parte della chiesa (cattolica, in senso proprio),

 poiché alla fine nessuna sua parte le sarà tolta, in quanto la carità predestinante

che la tiene unita non verrà mai meno.
 

4. Le due nature, divina e umana, costituiscono un solo Cristo [concretamente,

 per unione]. E prosegue poi al capitolo X: ogni uomo è spirito

[questo è spesso affermato dal beato Agostino nei suoi

Commentari al Vangelo di Giovanni], dal momento che è composto di due nature.
 

5. Il preconosciuto per quanto talvolta, secondo la presente giustizia,

 possa essere nella giustizia, possa essere nella grazia

 - non fa però mai parte della santa chiesa [cattolica, in senso proprio];

il predestinato rimane sempre membro della chiesa, anche se

qualche volta decade dalla grazia occasionale,

 ma mai dalla grazia della predestinazione.
 

6. La chiesa intesa come congregazione dei predestinati,

che siano o no nella grazia secondo la presente giustizia,

 è un articolo di fede [così pensa il beato Agostino in sue varie opere:

Super Johannem, Enchiridion, Super Psalmos,

De doctrina christiana, e nel libro De praedestinatione].

 

 7   Il Concilio di Costanza 7. Pietro non è oggi e non fu mai il capo della

santa chiesa cattolica (universale, intesa in senso proprio).

Per Hus solo Cristo è il capo della chiesa universale;

rifacendosi ad Agostino, (Retractationes, I, 21, 1) e allo Pseudo-Agostino

(Questiones Veteris et Novi Testamenti, 75)

 nel De ecclesia Hus scriveva «che Cristo abbia inteso fondare l'intera chiesa

 sulla persona di Pietro è contraddetto dalla fede nel Vangelo,

dall'argomentazione di Agostino e dalla ragione».

Agostino aveva scritto che «Tu es Petrus (Mt, 16, 18-19)» significava

«Edificherò la mia chiesa sopra ciò che è stato confessato da Pietro quando diceva "

Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente"». Infatti a Pietro non fu detto

 "Tu sei la pietra" ma "Tu sei Pietro". La pietra era invece il Cristo confessato da Simone». L'interpretazione di Agostino fu però presto abbandonata e

sarà ripresa da John Wyclif, Hus e poi da Lutero e dagli altri riformatori

protestanti.
 

8. Quei sacerdoti che in qualsiasi modo vivono una vita criminosa contaminano

 la potestà sacerdotale e come figli infedeli [vedi Deuteronomio 32:

 "La perversa generazione e i figli infedeli"], ragionano da miscredenti

a proposito dei setti sacramenti della chiesa, delle chiavi, gli uffici, le censure,

i costumi, i riti e le cose sacre della chiesa, la venerazione delle reliquie,

 le indulgenze e gli ordini [Come afferma il Salmo 78: "Essi lo lusingavano

con la loro bocca e gli mentivano con la loro lingua, perché il loro cuore non era retto,

né essi erano fedeli al suo patto".Hus precisò nell'udienza

dell'8 giugno 1415 nel Concilio di Costanza che quei sacerdoti

 «ragionano da miscredenti perché mancano di fede formata dalla carità e

hanno ormai una fede morta».

9. La dignità papale trasse origine da Cesare e l'istituzione papale e la sua

preminenza provennero dal potere di Cesare [Mi riferivo qui al potere temporale,

alle insegne imperiali e alla supremazia riconosciuta al papa

 sulle quattro sedi patriarcali.
 

10. Nessuno può ragionevolmente affermare di sé stesso e di altri, senza rivelazione [particolare, perché è detto nell'Ecclesiaste 9:

 "Nessuno sa se è degno di grazia o di odio"], che è a capo di una chiesa particolare, neppure il romano pontefice può dire

di essere il capo della chiesa romana.Tratto dal De ecclesia, tranne l'ultima

 affermazione «neppure il romano pontefice [...]» che non esiste né nel

De ecclesia né in altri testi di Hus.
 

11. Non bisogna credere che ogni romano pontefice, chiunque sia, è a capo

 [pur perseverando nei meriti della vita] di qualunque santa chiesa particolare,

 salvo che Dio ve lo abbia predestinato.
Per Hus esistono diverse chiese cristiane e quella romana è solo una di esse.

 

12. Nessuno fa le veci di Cristo o di Pietro [nell'ufficio e nel merito]

se non lo segue nel modo di comportarsi, dal momento che nessun altro discepolato

è più pertinente, né altrimenti [sotto alcun'altra condizione] colui ha ricevuto

da Dio il potere di rappresentarlo; infatti per quell'ufficio di vicario si richiede [la compresenza di] conformità di vita morale e autorità di chi istituisce.
Tratto dal De ecclesia che a sua volta lo riprende dal De potestate papae di Wyclif.

 

13. Il papa non è vero e manifesto successore [nell'ufficio e nel merito]

 del principe degli Apostoli Pietro, se si comporta in modo contrario a Pietro e si lascia sedurre dalla

cupidigia di denaro: in tal caso è vicario di Giuda Iscariot.

Per lo stesso motivo i cardinali non sono veri e manifesti successori del collegio

degli altri Apostoli di Cristo, salvo che vivano come vissero gli Apostoli,

 osservando i precetti e i consigli del nostro Signore Gesù Cristo.
 

14. I dottori che affermano che se alcuno, soggetto a censura ecclesiastica,

 rifiuti di lasciarsi correggere, debba essere consegnato al giudizio secolare,

 in pratica si comportano come il sommo sacerdote, gli scribi e i farisei i quali,

 di fronte al rifiuto di obbedienza del Cristo, dissero:

«Non ci è lecito mettere a morte un uomo» e lo consegnarono al giudizio secolare

[qui, com'è evidente, mi riferisco a coloro che consegnarono Cristo a Pilato].

Quei dottori, dunque, commettono un omicidio ancor più grave di quello di Pilato

 [Mi riferisco qui agli otto dottori di Praga i quali scrissero che chiunque non avesse

obbedito ai loro ordini sarebbe stato consegnato al braccio secolare].
È un episodio avvenuto nel 1413: gli otto dottori dell'Università di Praga

consideravano la chiesa costituita da un capo, il papa, e da un corpo,

 il collegio dei cardinali; per loro, la chiesa era infallibile e di autorità stabiliva

il senso autentico delle Scritture.
 

15. L'obbedienza ecclesiastica è obbedienza secondo l'invenzione dei preti

della chiesa, prescindendo da ogni esplicito comandamento della Scrittura

 [qui mi riferivo a un'obbedienza ben distinta dall'obbedienza esplicita alla legge

di Dio, come risulta evidente dall'articolo da cui la frase è tratta;

ma Dio proibisce che tutta l'obbedienza della legge di Dio sia di quel genere

che è anche chiamata, in un certo senso, obbedienza della chiesa].
L'articolo, tratto dal De ecclesia, è una citazione dal De officio regis di Wyclif.

Hus distingue tre tipi di obbedienza: l'obbedienza spirituale alla legge di Dio,

 l'obbedienza secolare alle leggi civili e l'obbedienza ecclesiastica ai

precetti della chiesa che non hanno fondamento sulla Scrittura.
 

16. L'ovvia distinzione fra gli atti umani è che sono virtuosi o malvagi. Perché,

se un uomo è malvagio, agirà malvagiamente qualsiasi cosa faccia;

 se è virtuoso, agirà virtuosamente qualsiasi cosa faccia. La malvagità,

la si chiami crimine o peccato mortale, infetta totalmente gli atti dell'uomo,

 mentre la virtù vivifica tutti gli atti di un uomo virtuoso.
Tratto dal De ecclesia, Hus richiamava il suo passo da Luca, 11,34:

 «Se il tuo occhio - la tua intenzione - è sano, non è depravato dal peccato,

 anche il tuo corpo - tutti i tuoi atti - è illuminato, puro al cospetto di Dio».
 

17. I sacerdoti di Cristo che vivono secondo la sua legge,

che hanno conoscenza delle Scritture e desiderio di edificare il popolo,

 devono predicare malgrado una pretesa scomunica [ingiuriosa e illegale,

comminata per malizia]. E poco oltre: se il papa o un altro prelato ordina

a un sacerdote avente le suddette qualità di non predicare,

 l'inferiore non dovrebbe ubbidire.
Hus giustificava la sua disubbidienza con la preminenza data a Dio piuttosto

 che agli uomini: il cristiano ha diritto di giudicare se un ordine della chiesa

proveniva da Dio piuttosto che da uomini.Jan Hus davanti ai padri del concilio,

dipinto di Václav Brožík, 1883

 

18. Chiunque acceda al sacerdozio riceve, in conformità a questo preciso mandato,

 l'ufficio del predicatore [così affermano molti santi: Agostino, Gregorio, Isidoro, ecc.]

 e deve pertanto eseguire quel mandato malgrado ogni pretesa scomunica [illegale,

ingiuriosa e comminata per malizia].

 

19. Servendosi delle censure ecclesiastiche di scomunica, sospensione o interdetto

 [spesso, ahimé, abusando di quelle censure che possono essere e

spesso sono imposte legittimamente] il clero assoggetta il popolo laico

 per innalzare se stesso, dà libero corso alla propria cupidigia di denaro, protegge la malvagità e prepara la via all'Anticristo. È evidente che provengono dall'Anticristo quelle censure che essi, nei loro processi, chiamano "fulminazioni". Il clero ne usa innanzitutto contro

 coloro i quali mettono a nudo la delinquenza con la quale l'Anticristo si

 è appropriato del clero.

 

20. Se il papa è malvagio e soprattutto se è preconosciuto, allora è un diavolo, come l'Apostolo Giuda, un ladro e un figlio di perdizione, e non è capo della santa chiesa

militante [per quanto attiene alla perseveranza nella vita meritoria fino alla fine],

non essendo neppure membro della chiesa.
 

21. La grazia della predestinazione è il legame che unisce indissolubilmente

il corpo della chiesa e ogni suo membro con il suo capo.
Tratto dal Contra Stephanum Pálec, ove Hus citava Paolo, Romani, 8,35, 8,38, 8,39.

 

22. Un papa o un prelato malvagio e preconosciuto è un pastore solo in apparenza,

 in realtà è un ladro e un brigante [perché non è tale per il proprio ufficio e

la vita meritoria,  ma solo in base all'ufficio].
Tratto dal Contra Stephanum Pálec; il problema consisteva in ciò: se un papa malvagio

resti papa in quanto la sua carica è indipendente dall'indole della persona

- come sostenevano Palec e i difensori delle prerogative papali

- oppure se un papa malvagio non possa essere considerato papa e

sia stata legittima la decisione del Concilio di Costanza di deporre

Giovanni XXIII. Hus sostiene la seconda ipotesi.

 

23. Il papa non deve farsi chiamare «santissimo» neppure limitatamente al suo ufficio

[perché Dio solo è santissimo], perché altrimenti anche un re dovrebbe esser chiamato santissimo secondo il suo ufficio e così pure il boia e l'araldo divrebbero

 esser chiamati santi; in verità perfino il diavolo dovrebbe esser chiamato santo,

 essendo agli ordini di Dio.
 

24. Se il papa vive in modo contrario a Cristo, per quanto sia asceso al trono mediante un'elezione regolare e legittima secondo la costituzione umana in vigore, egli non è pur tuttavia asceso al trono per opera di Cristo, ma per altra via [perché si è elevato

per superbia al di sopra di Cristo], pur ammettendo che egli sia risultato prescelto

mediante un'elezione compiuta in primo luogo da Dio. Infatti Giuda Iscariot fu eletto regolarmente e legittimamente all'episcopato da Gesù Cristo che è Dio,

eppure egli si introdusse per altra via nell'ovile delle pecore

 [perché non entra attraverso la porta stretta, cioè Cristo che dice:

 "Io sono la porta; chiunque entra attraverso me sarà salvato".

Dissi questo a puro titolo d'ipotesi, in attesa di migliore informazione].
Qui Hus faceva riferimento alla deposizione di Giovanni XXIII, deposto

dallo stesso Concilio per indegnità, benché la sua elezione fosse stata legittima.

 

25. La condanna dei 45 articoli di John Wycliffe pronunciata dai dottori è assurda e

iniqua; errato è il presupposto su cui si fonda. Tale presupposto è che nessuno

di tali articoli sia cattolico, ma che ognuno di essi sia eretico.

in realtà Hus sosteneva che 5 delle 45 proposizioni di Wyclif condannate

dal Concilio di Costanza il 4 maggio 1415 fossero ortodosse.
 

26. Per il solo fatto che gli elettori o la maggioranza di essi abbia espresso

a viva voce il proprio voto a favore di una data persona, secondo le consuetudini

umane [come avvenne nel caso di Agnese che fu ritenuta papa legittimo

della chiesa], tale persona non dev'essere considerata ipso facto legittimamente o,

 per quel solo fatto, vero e manifesto successore e vicario

[nell'ufficio e nella vita meritoria] dell'Apostolo Pietro o di un altro Apostolo

nell'ufficio ecclesiastico. Per cui, sia che elettori abbiano eletto bene o male,

 dobbiamo credere alle opere dell'eletto. Per tale ragione, quanto più uno si affatica meritoriamente a beneficio della chiesa, tanto maggior potere egli ottiene da Dio.Con "Agnese", Hus si riferisce alla "papessa Giovanna", la cui leggenda era allora

considerata ancora un fatto storico.
L'interno del duomo di Costanza

 

27. Non vi è un minimo barlume di evidenza nel fatto che vi debba essere

un capo che regge la chiesa nelle questioni spirituali, che sia sempre a

disposizione della chiesa militante [È evidente, dato che è risaputo che la chiesa è

stata per lunghi periodi senza papa e così si trova tuttora dopo la condanna

 di Giovanni XXIII].
Tratto dal Contra Stanislaum di Hus, come i due successivi capi d'accusa.
 

28. Cristo, senza tali capi mostruosi [cioè senza Agnese e Giovanni XXIII e

altri che furono eretici o per vari motivi dei criminali] reggerebbe molto meglio la

 sua chiesa mediante i suoi veri discepoli sparsi in tutto il mondo.
 

29. Gli apostoli e i fedeli sacerdoti del Signore avevano coraggiosamente

organizzato la chiesa nelle cose necessarie alla salvezza ben prima che fosse

 istituito l'ufficio papale [per quanto riguarda il dominio e il governo temporale].

 E così farebbero se non vi fosse più un papa - cosa possibilissima

- fino al giorno del giudizio.
Nella Relazione di Pietro Mladonovic si legge che quando, l'8 giugno 1415 fu letta

questa proposizione nell'assise del Concilio, i presenti derisero Hus accusandolo

di fare profezie. Hus rispose sostenendo che «al tempo degli apostoli la chiesa

 era governata infinitamente meglio di adesso. Che cosa impedisce a Cristo di

 reggerla meglio anche ora, senza quei capi mostruosi che ora abbiamo avuto,

mediante suoi discepoli veri? Vedete! Ora non abbiamo nessun capo, eppure

Cristo non cessa di reggere la sua chiesa».
 

30. Nessuno è signore in campo secolare, nessuno è prelato, nessuno è vescovo

fintantoché sia in peccato mortale [per quanto attiene all'ufficio e alla vita meritoria,

 come i santi hanno affermato. Osea, 8, 4: "Si sono stabiliti dei re senza mio ordine,

 si sono eletti capi a mia insaputa". Lo stesso affermano anche i santi

Gregorio, Bernardo, ecc.].
La proposizione, tratta dal Contra Stephanum Pálec di Hus,

apparteneva a quelle di Wyclif condannate dal Concilio ma era considerata corretta da Hus.

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 La sentenza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il 23 giugno scrive dal carcere all'amico Giovanni di Chlum:

 «Devi sapere che Pálec insinuò che non dovrei temere la vergogna dell'abiura,

ma considerare invece il vantaggio che ne deriverebbe.

 E io gli risposi: "È più vergognoso essere condannato e bruciato che abiurare.

 In che modo potrei temere la vergogna? Ma dimmi il tuo parere: che cosa faresti tu

 se fossi certo di non essere incorso negli errori che ti sono imputati? Abiureresti?"

E lui rispose: "È difficile". E si mise a piangere».

Il 5 luglio scrive agli amici boemi: «Se mi dessero carta e penna, con l'aiuto di Dio,

 risponderei anche per iscritto: Io, Jan Hus, servo di Gesù Cristo in speranza,

non intendo dichiarare che ogni articolo ricavato dai miei scritti sia errato,

 per non condannare i detti delle sacre Scritture e specialmente di Agostino».

Il giorno dopo, nel duomo di Costanza, è dichiarato colpevole.

 La Relatio de Magistro Johanne Hus, stilata da Pietro Mladonovic,

 testimone di quella drammatica giornata, riporta vivamente i fatti.

«Fu eretto un palco simile a un tavolo nel mezzo dell'assemblea e della chiesa.

Vi si pose sopra una specie di piedistallo, su cui furono sistemati i paramenti,

 la pianeta per la messa e gli abbigliamenti sacerdotali appositamente per

procedere alla svestizione di mastro Jan Hus.

Così, quando fu condotto in chiesa nei pressi del palco, cadde in ginocchio e

pregò a lungo. Contemporaneamente, il vescovo di Lodi salì sul pulpito e pronunciò

un sermone sulle eresie [...]».

Il revisore pontificio, Bernardo di Wildungen, lesse poi i capi d'accusa estratti

dai suoi scritti, ai quali Hus cercò di replicare, ma gli fu imposto di tacere.

Si lessero poi i capi d'accusa estratti dalle dichiarazioni rilasciate dai testimoni

ascoltati al processo; «fra questi articoli c'era quello secondo cui,

 dopo la consacrazione dell'ostia, sull'altare permane il pane materiale o la sostanza

del pane. Ve n'era anche uno per cui un prete in peccato mortale non può operare la transustanziazione, né consacrare, né battezzare [...]».

 Hus riuscì a rispondere di non aver «mai sostenuto, insegnato o predicato che

nel sacramento dell'altare, dopo la consacrazione, permanga il pane materiale».

Lo accusarono anche di aver sostenuto di essere, lui, «la quarta persona della Deità. Tentavano di comprovare quest'accusa, citando un certo dottore. Ma il maestro gridò: "Nominate il dottore che ha deposto contro di me!". Al che,

 il vescovo che stava dando lettura della cosa rispose:

 "Non c'è alcun bisogno di nominarlo, qui e ora"».

Fu poi condannato il suo appello a Cristo e l'aver egli, scomunicato,

 continuato a predicare. Il vescovo italiano della Diocesi di Concordia-Pordenone

 lesse poi della sua condanna al rogo, unitamente a tutti i suoi scritti.

 «Mentre procedeva la lettura della sentenza, egli l'ascoltava in ginocchio e in preghiera

con gli occhi levati al cielo [...] "Signore Gesù Cristo, io t'imploro,

perdona tutti i miei nemici per amore del tuo nome.

Tu sai che essi mi hanno accusato falsamente, che hanno prodotto falsi testimoni,

 che hanno orchestrato falsi capi d'accusa contro di me.

Perdonali, per la tua sconfinata misericordia"».

Rivestito di paramenti sacri, fu invitato ad abiurare, ma rifiutò.

Disceso dal palco, «i vescovi cominciarono subito a spogliarlo.

Prima gli tolsero di mano il calice, pronunciando questo anatema:

"O Giuda maledetto, perché hai abbandonato la via della pace e hai calcato

i sentieri dei giudei, noi ti togliamo questa coppa della redenzione" [...] e

così di seguito, ogni volta che gli toglievano uno dei paramenti, come la stola,

 la pianeta e tutto il resto, pronunciavano un anatema appropriato.

 Al che egli rispondeva di accogliere quelle umiliazioni con animo mansueto e

 lieto per il nome del nostro Signor Gesù Cristo».

Annullatagli la tonsura, gli posero sulla testa una corona di carta tonda,

alta circa 45 centimetri, con tre diavoli dipinti e la scritta "Questi è un eresiarca".

«A questo punto il re disse al duca Lodovico, figlio del defunto Clemente di Bavaria,

 che in quel momento gli stava di fronte, tenendo in mano il globo con la croce:

"Va', prendilo in consegna!"». E costui ricevette in custodia il maestro e a sua

volta lo diede nelle mani dei suoi aguzzini perché fosse condotto a morire».
 

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 Il rogo
Supplizio di Jan Hus

 

 Il rogo
Supplizio di Jan Hus

 

 

 

 

Il fiume Moldava a Praga
 

 

 

 

 

 

Portato fuori dalla chiesa, il corteo passò davanti al cimitero dove si stavano

bruciando i suoi libri ed egli sorrise a quello spettacolo. Lungo la strada,

«esortava gli astanti e quelli che lo seguivano a non credere che egli andasse

 a morire per gli errori che gli erano stati falsamente attribuiti e appoggiati dalla falsa testimonianza dei suoi peggiori avversari. Quasi tutti gli abitanti di quella città lo accompagnavano in armi a morire»
Giunto sul luogo del supplizio, che si trovava in un prato circondato da giardini

 - ora corrispondente alla Alten Graben strasse - s'inginocchiò e,

 mentre pregava, «quella scandalosa corona, raffigurante i tre demoni,

 gli cadde dalla testa ed essendosene accorto, sorrise.

Alcuni dei soldati mercenari, che stavano lì intorno, dissero:

 "Rimettetegliela su; che sia bruciato coi demoni suoi signori che ha

servito in terra"».
Denudato, le mani legate dietro la schiena,

è legato a un palo con funi e con una catena intorno al collo.

Gli misero sotto i piedi due grandi fascine di legna mista a paglia e

 altre intorno al corpo fino al mento. Esortato ancora ad abiurare,

«levati gli occhi al cielo, replicò ad alta voce:

 "Dio m'è testimone che mai insegnai le cose che mi sono

 falsamente attribuite e  di cui falsi testimoni mi accusano.

Egli sa che l'intenzione dominante della mia predicazione e di tutti i miei atti e

dei miei scritti era solo tesa a strappare gli uomini dal peccato. E oggi [...]

sono pronto a morire lietamente"».
Allora si accese il rogo. Hus cominciò a cantare, uno dopo l'altro,

due inni «ma come egli cominciò a cantare il terzo inno,

una folata di vento gli coperse il volto di fiamme. E così, pregando nell'intimo,

muovendo appena le labbra e scuotendo il capo,

 spirò nel Signore. Prima di morire, mentre pregava in silenzio,

sembrò balbettare giusto il tempo sufficiente a

recitare due o tre volte il "Padre nostro"».
Consumata la legna e le funi dal fuoco,

«i resti di quel corpo rimasero in catene appesi per il collo;

allora i boia tirarono giù le membra abbrustolite e il palo.

 Le bruciarono ulteriormente, portando altra legna al fuoco

da un terzo carico. Poi, camminando torno torno, spezzarono le ossa a

 bastonate per farle bruciare più presto. Quando trovarono la testa,

 la fecero a pezzi con i randelli e la gettarono sul fuoco.

Quando trovarono il cuore in mezzo alle interiora,

dopo aver appuntito un bastone come uno spiedo,

 lo infilzarono sulla punta e fecero particolare attenzione a farlo arrostire e

consumare, punzecchiandolo con le lance, finché non fu ridotto in cenere».
Bruciati anche scarpe e vestiti perché non potessero servire da reliquie,

«caricarono tutte le ceneri su di un carro e le buttarono nel Reno che

scorreva lì vicino».
 

Il pensiero di Hus
 La verità

L'elemento centrale del pensiero di Hus risiede nella nozione di verità.

 Realista nel senso della filosofia scolastica - la verità non è un'opinione,

 un concetto esistente unicamente nell'intelletto umano,

ma ha una realtà indipendente dall'uomo, è la realtà delle cose

- come cristiano, per Hus la verità è la testimonianza di Cristo il quale,

 in quanto Dio incarnato, in quanto uomo, è conoscibile dall'uomo.

 Dunque la verità è la testimonianza di Cristo, registrata nelle Scritture;

ma Hus precisa che il cristiano deve rimanere costante nella fede e «nella

conoscenza di questa tripice verità: prima,

 quella contenuta evidentemente nella Scrittura,

 poi quella che fu toccata dalla ragione infallibile e infine quella che

 il cristiano fece sua partendo dalla propria esperienza personale.

Fuori di tale verità nulla deve essere affermato o riconosciuto come vero».

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 Monumento a Jan Hus, Praga

 Monumento a Jan Hus, Praga
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

John Wycliffe

 

 

Sembra che le tre fonti di verità così elencate non siano concepite

in contraddizione da Hus, per il quale la fede in Cristo dovrebbe trovare

conferma nella ragione e questa nell'esperienza di ciascuno;

la verità resta unica ma può essere comprensibile a chiunque:

non ci sono uomini che ne siano i depositari e non può essere

in contraddizione con la condotta di vita di ciascuno. Così la vita di Cristo è

esemplare perché è espressione della verità da lui testimoniata e morì

 per averla espressa, così per difendere la verità ciascuno può sacrificare

 la propria vita.
La mancanza di verità non è semplice errore ma per Hus è menzogna e

la lotta contro la menzogna è affermazione tanto del vero quanto del giusto,

 perché la verità non può che essere giustizia; è qui la radice rivoluzionaria

che sarà colta dai suoi seguaci: si deve dare la vita per difendere la verità e

 affermare così la giustizia; tale elemento va unito alla concezione della Chiesa,

 ripresa da Wyclif, come insieme di tutti gli eletti, i predestinati,

 i quali, fatto salvo da Hus il libero arbitrio, sono tali in quanto guadagnano da Cristo,

 e non dagli uomini che pretendono di rappresentarlo, la propria salvezza.

 

 L'influsso di Wyclif


L'adesione di Hus alle teorie di Wyclif appare nel suo Commento alle Sentenze,

ove accetta il realismo filosofico dell'inglese in contrasto con l’orientamento

 nominalista dei teologi praghesi. Ma si differenzia nella dottrina eucaristica dove,

 nonostante le accuse mossegli dagli inquisitori, la sua interpretazione è ortodossa,

 mentre Wyclif negava la transustanziazione e affermava che il pane resta tale nella consacrazione e se l'inglese sostiene l'assoluta illegittimità delle indulgenze,

Hus si limitò a denunciarne gli abusi.
Di Wyclif condivide invece la denuncia dello stato in cui versa la Chiesa,

la corruzione degli ecclesiastici e la loro pretesa di essere insindacabili dai fedeli laici.

Nel suo trattato De ecclesia mostra la separazione esistente tra la chiesa gerarchica e istituzionale e la comunità dei cristiani uniti dalla fede e dall’osservanza dei precetti

divini: quest'ultima, chiamata universitas praedestinatorum,

è per Hus la vera chiesa santa e cattolica.
 

Biografia di Wyclif


Nasce nello Yorkshire da un casato di antico lignaggio che esercitava

 notevole influenza sul comprensorio di Wycliffe-on-Tees.

Studia presso il The Queen's College
dell'Oxford ottenendo il baccellierato e il magistero Magister artium in filosofia e

 baccellierato e dottorato in teologia; insegna al Balliol College ed è

direttore del Canterbury
College; deposto nel 1367 invano fa ricorso a Urbano V. Nel 1370 iniziano

i suoi dubbi sulla transustanziazione. Due anni dopo entra al servizio di

Giovanni di Gand, figlio di
Edoardo III, che lo protegge contro i procedimenti ecclesiastici.

 Ma entra in rottura con la corte per le sue idee sull’eucaristia,

 per le continue condanne e il suo atteggiamento
ambiguo nella rivolta dei contadini del 1381.

 L'arcivescovo di Canterbury nel 1382 in un concilio detto "del terremoto"

(per l'evento sismico che lo fece chiudere)

condanna 10 proposizioni di Wyclif come ereticali e 14 come erronee.

Wyclif è costretto così a ritirarsi nella sua parrocchia di Lutterworth,

dove muore il 31 dicembre 1384.
Il 20 dicembre 1409, il papa dell'obbedienza pisana Alessandro V condannò

come eretiche le sue dottrine, mentre il suo successore,

l'antipapa Giovanni XXIII, ne fece bruciare
gli scritti sulla scalinata della basilica di S. Pietro il 10 febbraio 1413,

giorno d'apertura di un concilio da lui convocato. Infine,

il Concilio di Costanza riconobbe John Wycliffe
quale ispiratore delle tesi eretiche sostenute da Jan Hus,

 condannato al rogo dal medesimo concilio:

non potendo essere colpito dalla stessa pena (essendo morto da quasi
cinquant'anni), nel 1428 i suoi resti vennero riesumati,

 bruciati e dispersi nel fiume Swift, nei dintorni di Lutterworth.
 

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